Vincitori e vinti

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Nessun partito ha raggiunto il fatidico 40% e così abbiamo ciò che un po’ tutti supponevano e cioè l’incertezza politica di un Paese ancora una volta indebolito,  spaccato anche a causa di un “rosatellum” appassito e che non ha promosso nessuna stabilità. Mentre aspettiamo i risultati definitivi di questa tornata elettorale possiamo allargare il nostro sguardo ricordando l’incontro così commovente e significativo che ha realizzato il Pontefice.

È stata una visita a sorpresa quella compiuta venerdì da Papa Francesco in una cooperativa sociale che ospita mamme detenute per reati minori insieme ai loro figli. Nel consueto stile dei Venerdì della Misericordia, il Pontefice si è presentato nella struttura di Roma che accoglie cinque donne – un’egiziana, un’italiana e tre di etnia Rom – intrattenendosi lungamente e parlando con loro, giocando e offrendo ai bambini dei doni.

Le mamme hanno voluto lasciare al Papa un piccolo dono prodotto delle semplici attività e mansioni che svolgono all’interno della casa, mentre hanno raccontato dell’opportunità offerta loro per crescere i propri figli, nonostante le tante difficoltà. In Italia 4.500 bambini hanno la mamma in prigione, mentre sono circa 90mila ad avere il padre detenuto. Intanto il decreto legislativo che modifica le norme sulla vita in carcere e l’ordinamento penitenziario, già esaminato dal Parlamento, è al momento in stand by ed è slittato al prossimo Consiglio dei Ministri. L’ultimo CdM, invece, ha approvato in via preliminare tre decreti attuativi riguardanti minori, lavoro e giustizia riparativa. Dinanzi a un sistema carcerario che rischia sempre di essere sull’orlo del collasso è importante interrogarsi sull’inutilità delle pene detentive non finalizzate al recupero del soggetto…

La Costituzione italiana e l’ordinamento delle carceri sanciscono che i penitenziari devono tendere al recupero, la rieducazione e il reinserimento nella società combattendo lo stigma che accompagna i detenuti; in realtà tutto questo non avviene. È necessario quindi promuovere e sostenere percorsi rieducativi alternativi alla prigionia, per offrire ai reclusi la possibilità di cambiare vita e smettere di delinquere, aiutandoli a tirare fuori il meglio di loro, la parte positiva che ogni individuo racchiude in sé. Quanti si occupano di fare volontariato nelle case di reclusione testimoniano quasi sempre l’incontro con individui che spesso hanno vissuto storie di abbandono, mancanza di opportunità di formazione e crescita culturale, un’adolescenza trascorsa in ambiti familiari e sociali degradati ai margini della legalità, e che poi hanno imboccato la strada ingannevole della delinquenza.

“La croce più grande per una persona non è l’essere in carcere, ma l’essere da solo a portare la croce del carcere”, diceva don Oreste Benzi, parlando dei detenuti. Recluso, carcerato, galeotto… parole che rimangono incollate sugli ex detenuti come etichette che a volte la cosiddetta società civile tende a evidenziare, scordandosi che dietro di esse c’è una persona e soprattutto che “l’uomo non è il suo errore”. Le statistiche dimostrano che la recidiva per chi fa un percorso di recupero scende tantissimo, attestandosi al di sotto del 10%. Invece, chi esce dal carcere, purtroppo, nell’80% dei casi vi torna nuovamente per gli stessi reati o ancora più gravi. Un uomo recuperato non è più pericoloso, mentre un tipo di giustizia intesa come vendetta produce persone che scelgono di nuovo la via delinquenziale. In tale contesto per i detenuti sono estremamente utili dei percorsi che li invitano a riflettere e confrontarsi sul tema del perdono, in particolare sul bisogno di fare pace con sé stessi e con gli altri.
Si tratta di uno strumento terapeutico, psicologico e sociale, inteso come possibile alternativa al risentimento e alla vendetta.

Papa Francesco ha sempre mostrato una spiccata sensibilità riguardo a tali argomenti. Oltre tre anni fa aveva parlato dell’ergastolo come di una “pena di morte nascosta” osservando che “tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà” sono chiamati “a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà”. È giunto ormai il tempo di passare da una giustizia vendicativa a una giustizia educativa! Progetti che si dirigono in tale direzione non solo permettono un grossissimo risparmio economico, ma segnano l’inizio di un modo alternativo di trattare con l’uomo che sbaglia tracciando le linee di una nuova umanità.

Editoriale di don Aldo pubblicato su Interris.it.

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