La donna comprata

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Mentre Papa Francesco tuona contro coloro che sfruttano lo stato di schiavitù quale è la prostituzione, definendola un grave crimine e una tortura rivolta alle donne, c’è qualche illustre personaggio, il signor Beppe Grillo che dalle pagine di Repubblica si è paragonato a una donna prostituta. “Sono come una prostituta – queste le sue parole – in una città senza marciapiedi: non so dove collocarmi”.

La distanza tra le due posizioni è evidentemente incolmabile: quella del Papa è densa di significato per la drammatica realtà a cui sono sottoposte oltre centoventimila donne; l’altra è un’infelicissima battutina contro la dignità della donna, considerata alla stregua di un oggetto di cui ci si può burlare e addirittura paragonare. Sono l’inconciliabile differenza della concezione che si ha della persona, del suo valore e dignità in qualunque condizione essa si trovi anche quando è costretta o si riveli in uno stato di bisogno.

Infatti il Papa, che ha incontrato e ascoltato con il cuore queste donne violentate e fatte prostituire, ha colto in pieno, come nessun altro prima, la gravità della realtà in cui si trovano queste ragazze. Lo ricordiamo: le schiave provengono prevalentemente da Romania, Bulgaria, Moldavia, Albania e Nigeria, quindi in parte da Paesi dell’Est Europa e per un ampio 40% da Benin City. Questa condizione di sfruttamento è voluta, incentivata dagli Stati occidentali conniventi con le mafie di questi Paesi al fine di trarre facili guadagni da quelle donne considerate “macchine” per fare soldi sporchi e immediati.

Gli investitori europei sono molteplici a partire da coloro che, mediante le leggi dello Stato, fanno business sulla pelle delle “donne oggetto” ritenendo lecito ridurre una persona a una cosa che serve a soddisfare i bisogni perversi di uomini senza scrupoli. Accanto agli Stati che hanno leggi sullo sfruttamento e appaiono o vogliono apparire agli occhi del mondo garantisti, ce ne sono altri, tra cui il nostro che, pur non legiferando, scelgono l’indifferenza agevolando così gli affari dei gruppi criminali che sfruttano queste donne. Voglio sperare che questi Paesi pecchino solo di omissione e non partecipino agli utili del turpe commercio. Il punto è che girano tra noi persone assolte dal forte relativismo etico che trovano naturale comprare il corpo di una giovane quasi sempre coetanea della propria figlia o sorella.

Il maschilismo imperante, anche da parte di molte donne, fomenta il convincimento sociale dell’utilità del meretricio e quindi della legittimità di poter comprare il corpo e sfruttarlo sessualmente per dieci, quindici, venti volte al giorno. Pertanto, questa logica disumana rende lecita la compravendita del corpo altrui, elevandola anzi a un vero e proprio diritto. Le ripercussioni sulla donna “comprata” non interessano. Tra questi “pochi” però c’è chi parla con voce dirompente, fuori dagli schemi: ovvero una presenza tanto efficace quanto scomoda che ama dire la verità senza mezzi termini e che ha definito una tortura lo stato di prostituta. Coloro che invece si permettono di scherzarci o addirittura di paragonarsi a queste vittime lo fanno perché non le hanno mai guardate come persone – aldilà degli organi genitali – per cogliere nei loro occhi l’abisso di chi ha perso tutto, a partire dalla dignità umana.

Sì, perché quando vieni venduto e poi comprato ogni notte e usato e abusato aldilà della tua volontà, spesso senza avere alternativa, è solo annullamento della persona, è sterminio dell’altro… è tortura! In Italia ci sono oltre centoventimila donne soggette a queste torture da parte di milioni di cosiddetti clienti, senza scrupoli, convinti di avere il diritto di concorrere allo stato di schiavitù. E’ sia tortura che crimine acquistare il corpo di una ragazza che mai sceglie di farsi usare bensì è costretta a sottostare al racket, alla madame, al voodoo, al pappone, al sistema del profitto.

Ai giovani si presentano due modelli di vita: da una parte quello indicato dal Papa che soffre con le donne violate e che incita le nuove generazioni ad avere il coraggio di compromettersi e di sapersi battere a favore del bene; dall’altro quello di un sistema “antipersona”, ovvero di una costruzione ben studiata per ridurre l’essere umano a una cosa senza anima. La visione alla quale destinare la propria vita, invece, trae fondamento dall’intera storia cristiana che proietta la persona nell’avvenire, prescindendo da ogni vincolo temporale. Nell’antropologia cristiana, infatti, il tempo e l’uomo coincidono. La nostra società ha indubbiamente bisogno di “visioni” ma non di visioni a scadenza, come i pacchi della pasta. Le allucinazioni sono un’altra cosa!

Articolo di don Aldo pubblicato su Interris.it.

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