I puri epurandi

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Il tempo è galantuomo. In quest’epoca chiassosa e violenta, in cui il flusso della comunicazione scorre inarrestabile e le reazioni sono spesso immediate e sragionate, sembra non esserci modo di comprendere con serenità ciò che accade intorno a noi. Ma è appunto il tempo che restituisce e svela quelle verità occultate dalle urla, dagli slogan, dai rozzi schematismi di chi si trova per un dato momento sulla cresta dell’onda e pretende di ergersi a paladino del bene.

Il richiamo ossessivo all’onestà e la contrapposizione irriducibile tra i puri e i corrotti sono fra gli inganni più subdoli contro cui bisogna levarsi. “Non sappia la tua mano sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 1,3), insegna il Vangelo, appunto perché la dimensione della generosità, della disinteressata attitudine a servire il bene comune si dimostra con l’esempio e con la testimonianza. Esattamente il contrario dello spettacolo che ci offre la cronaca politica recente, consegnando certi moralizzatori di ieri al rango di cerchiobottisti di oggi, con penose arrampicate sugli specchi per accampare scuse e distinguo quando tocca a loro di finire nel tritacarne mediatico e internautico che essi stessi hanno costruito. E improvvisamente il grido “onestà, onestà”, sbraitato nelle piazze da certi capipopolo della domenica lascia il posto all’imbarazzo del silenzio e alla comodità delle poltrone.

Il problema fondamentale è che l’onestà non può mai essere lo stendardo di una specifica parte politica, letteralmente sbandierato nelle piazze anche da cittadini in buona fede, irretiti dall’illusione di aver trovato “il partito dei puri”. Al contrario, l’onestà deve essere un sentimento e una prassi trasversale, nella consapevolezza che l’umanità è la medesima dappertutto e nessun partito, gruppo od organizzazione sarà mai privo delle sue miserie. Il dibattito democratico dovrebbe svolgersi sul confronto fra le idee, i programmi concreti, le misure specifiche da adottare, non sulla logica del noi-contro-loro, di chi pretende addirittura non di rappresentare, ma di essere con i cittadini, mentre gli avversari politici vengono indistintamente delegittimati come “casta”. E quando i presunti puri cominciano gradualmente a essere epurati, il tempo galantuomo mostra quanto meschina e ingannevole sia la pretesa di essere quasi antropologicamente diversi dagli altri.

Sia chiaro: la corruzione è un male nefasto, probabilmente il male per eccellenza del nostro tempo. Non a caso Papa Francesco, duro e inflessibile come nessun altro su questa piaga della civiltà odierna, ha sempre accompagnato gli strali contro la corruzione al monito a guardarsi bene dai farisei e dai duri di cuore, che con velenosa ipocrisia guardano sistematicamente la pagliuzza negli occhi altrui senza mai accorgersi della trave nella propria. Lo stesso discorso si può applicare a certe Ong che si scoprirebbero coinvolte o conniventi nel traffico degli esseri umani: ciò dimostra che il male si annida ovunque, e che persino operare nel campo del soccorso di esseri umani non garantisce affatto una patente di purezza. Proprio per questo, è però doveroso non generalizzare, appunto perché né la purezza né la corruzione sono prerogativa esclusiva di categorie specifiche.

La falsa contrapposizione tra i puri e i corrotti si fonda spesso sulla superbia di incarnare il bene, di non essere semplicemente portavoce di una opinione, legittima ma sempre discutibile, nell’arena del dibattito pubblico. Che per essere tale, d’altronde, necessita di un contraddittorio, del confronto anche aspro ma sempre civile senza agitare lo scettro di opinioni presentate come verità salvifiche a cui nessuno può controbattere. Lo spettacolo indegno di un noto opinionista italiano, che di recente sulla televisione pubblica ha fatto propaganda esplicita per la legalizzazione delle droghe leggere senza alcun contraddittorio – sempre, ahimè, con l’aria tracotante di chi la sa più lunga degli altri e istruisce il popolo su cosa bisogna fare – si inserisce ugualmente in questa linea di finta purezza.

Sono poi però il tempo e la storia a fare giustizia, mostrando che i puri di cuori esistono eccome, ma difficilmente si trovano fra coloro che si ergono a moralizzatori della vita pubblica. E’ un po’ come nella santità: nessun Santo si è mai presentato come tale, perché è soltanto l’esempio coerente di vita che a posteriori dimostra l’autentica purezza di cuore, di chi ha operato per fare del bene molto spesso in silenzio, senza notorietà e senza essere ascoltato, ma con il coraggio indomito dei semplici che sanno compiere azioni giuste senza ricompensa solo perché giuste. Ai puri epurandi ricordiamo sempre, oggi e domani, che l’umiltà è il primo segno dell’autentica purezza.

Editoriale di don Aldo pubblicato su Interris.it.

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