La croce dello scandalo

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Uno spettro si aggira per l’Europa: quello dei simboli cristiani e della loro attitudine a farsi “pietre di inciampo” esattamente come la fede e il messaggio di vita che essi sottendono e veicolano. Diversi fatti recenti dimostrano quanto proprio nell’epoca contemporanea, liquida e priva di sostegni nel fluire continuo e confuso di eventi e informazioni, il simbolo rivesta ancora e sempre un’importanza centrale nella definizione di ciò che vogliamo essere.

Negli ultimi tempi attorno ai simboli cristiani si sono registrate le più svariate prese di posizione da parte di diverse personalità pubbliche del Vecchio Continente. Abbiamo visto chi in Italia non ha esitato a mostrare il Santo Rosario in pubblico proferendo di suggellare gli impegni presi in campagna elettorale; chi al contrario, in Spagna, venendo meno a una consolidata tradizione nel proprio Paese, ha rifiutato di inginocchiarsi al Crocifisso e giurare sulla Bibbia durante una cerimonia di insediamento. Altrove, come in Baviera, si sono manifestate polemiche in merito alla vexata quaestio dell’esposizione del Crocifisso negli uffici pubblici, dividendo l’opinione pubblica tra chi ritiene che esso rappresenti la cultura e la civiltà occidentale a prescindere dall’adesione personale alla fede cristiana e chi al contrario lo identifica come segno confessionale, per ciò stesso prevaricante nei confronti di altri credo.

Questi eventi speculari mostrano con nitida evidenza quanto anche in un’era materialista come la nostra i simboli, e soprattutto quelli cristiani, restino il cuore della battaglia culturale. La stessa etimologia di questa parola è ricolma di significati: dal greco symbállein, “unire, mettere insieme”, il simbolo era un segno di riconoscimento – di solito un anello, oppure una moneta – che gli antichi tagliavano a metà regalandone una parte ad una persona cara. Le due metà dell’oggetto, gelosamente conservate dai rispettivi possidenti, consentivano così di riconoscersi, permettendo loro di ritrovarsi dopo che le circostanze avverse li avevano tenuti lontani anche per tanto tempo.

Nella sua accezione primaria il simbolo è così essenzialmente un vincolo, che divide ma che soprattutto riunisce, e che anzi si divide proprio per riunire. A questo significato originario, si è facilmente sovrapposto quello religioso di essere un “ponte” tra il mondo visibile e l’invisibile, assolvendo una delle dimensioni fondamentali della coscienza umana, come hanno mostrato, fra gli altri, gli studiosi Mircea Eliade e Julien Ries nelle loro approfondite ricerche. Strettamente parlando, non esiste nessuna civiltà umana che abbia fatto a meno dei simboli, cioè della capacità di comunicare significati individuali e collettivi – soprattutto, anche se non solo, di natura spirituale – grazie alla potenza di immagini e segni condivisi. Tuttavia, proprio il Cristianesimo ha portato a compimento tale dimensione profondamente umana: nell’arte cristiana dell’epoca delle persecuzioni, i simboli adombravano i messaggi dell’evangelizzazione; tutta la liturgia si è articolata nei secoli come un’autentica foresta di simboli per il fedele. Ciò non stupisce, in quanto il Cristianesimo è religione dell’Incarnazione, cioè dell’invisibile che si fa visibile, del Dio che si è fatto uomo, e dunque la presenza del simbolo che nella sua “materialità” rimanda e allude a significati ulteriori gli è del tutto connaturale.

Sulla croce, già simbolo precristiano della totalità cosmica, dei quattro punti cardinali dello spazio e della giunzione di essere e divenire, si è innestata la soteriologia della Crocifissione, trasformando i due assi nel segno della Redenzione, cioè nella verità profonda e spesso incomunicabile del trionfo attraverso il Sacrificio, della vittoria finale che consiste nell’essere innalzati nella sconfitta. I simboli cristiani, a partire dal Crocifisso, sono stati da sempre veicolo di messaggi divenuti parte del patrimonio comune di credenti e non credenti. Da qui anche il celebre “non possiamo non dirci cristiani” del laico Benedetto Croce (nomen est omen), consapevole di quanto la rivendicata appartenenza ad una civiltà forgiata dal cristianesimo non fosse affatto incompatibile con l’agnosticismo personale.

Nell’attuale lotta contro i simboli cristiani possiamo individuare due tendenze di fondo. La prima è quella dell’indifferentismo, della neutralità aniconica di chi semplicemente ignora l’importanza del simbolo nelle comunità umane. A questa ignoranza intesa come mancanza di comprensione dei simboli, si affianca però una tendenza ancora più pericolosa, quella dello sradicamento voluto e coerentemente perseguito delle radici cristiane della società europea. L’errore di chi vede nella presenza di simboli cristiani nello spazio pubblico una indebita invasione di campo è proprio di chi pretende di disconoscere il contributo che il messaggio cristiano, così potentemente condensato proprio dai suoi simboli, offre anche agli agnostici e agli uomini di altre fedi. Né la Chiesa né i credenti pretendono di imporre la propria visione a chi non la condivide; in questo senso, il grande poeta T.S. Eliot auspicava una “società cristiana” non nel senso di una società confessionale, ma al contrario una società di uomini liberi che cercano di realizzare il bene comune, e in cui però il cristianesimo fosse un “fatto collettivo” prima ancora che individuale, e dove anche i simboli esteriori della fede cristiana fossero riconosciuti come patrimonio comune.

Stat crux dum volvitur orbis, “la Croce resta salda mentre il mondo gira”, recita il motto dei Certosini, che ben ci richiama al senso profondo e immutabile del simbolo più importante del nostro credo e che resta il più diffuso nelle terre d’Europa. Di fronte ai nuovi iconoclasti che pretendono di costruire un mondo senza tradizioni e senza simboli, il crocifisso va ancora innalzato a ricordare il sacrificio e il martirio di Gesù Cristo, che riassume ed accoglie in sé la sofferenza e la speranza di ogni uomo, riuscendo così a rivolgersi agli uomini di tutte le fedi.

Editoriale di don Aldo pubblicato su Interris.it.

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