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TESTE BACATE, FERMATEVI!

Martedì 23 Febbraio 2010

Articolo di don Aldo Buonaiuto apparso sul Corriere Adriatico di Martedì 23 Febbraio.

E’ incredibile! Inizialmente pensavo si trattasse di una falsa notizia, ma invece il fatto era proprio vero: attraverso Facebook, il social network più diffuso al mondo, è stato compiuto un vergognoso oltraggio ai danni dei bambini colpiti dalla sindrome di down. Purtroppo ancora una volta abbiamo dovuto subire la divulgazione mediatica di immagini e parole raccapriccianti ed irripetibili che speriamo non verrà annoverata come una delle tante notizie di trasgressione. A favore di questi bambini indifesi ma non indifendibili noi non possiamo tacere, anzi dobbiamo gridare ancora più forte affinché tali obbrobri vengano impediti. Il rispetto non può restare una parola vuota e la legge non può abdicare dinanzi a scempiaggini come questa soprattutto quando ci si rivolge verso i più piccoli ed inermi. Un’intera società, tutta quella parte sana che vogliamo credere ancora presente e in maggioranza, deve ribellarsi e denunciare con forza questa barbarie. I nomi e i volti di coloro che all’interno dei 1.700 iscritti hanno appoggiato questa vergogna, dovrebbero essere pubblicati con la scritta sulla fronte: bacati!! Sì, lo ripeto, bacati…teste bacate possono essere soltanto quelle di chi ha sottoscritto quelle ignobili sentenze. Sono persone evidentemente vuote e realmente ignoranti, che non sanno e non vogliono conoscere oppure saranno persone con forti disturbi psicologici che andrebbero comunque aiutate, curate ed accompagnate verso qualche terapia di sostegno e di rieducazione. Sicuramente i protagonisti di questo nuovo affronto dovrebbero trascorrere un buon periodo in quelle famiglie e Case Famiglia dove vivono queste persone stupende che, nonostante la malattia, hanno doni, qualità, talenti unici e una grande capacità di relazionarsi, di comunicare e anche di lavorare; essi si distinguono anche per la grande dolcezza e mansuetudine, ricchezza affettiva e mitezza. Lo Stato, insieme a tutte le istituzioni, deve dare un segnale fortissimo dinanzi ad una falsa libertà che sembra evolversi attraverso questi social network dove chiunque si sente legittimato a dire qualsiasi cosa al di là di ogni legge e di ogni etica. Tutto questo è inaccettabile e mi piacerebbe vedere, specialmente i nostri ragazzi, gli studenti, per una volta ribellarsi dinanzi a tutto ciò. Sì, penso a loro perché nelle scuole i ragazzi down sono tanto amati, seguiti e aiutati proprio dai loro coetanei. Queste nuove forme di razzismo estremo non possono soltanto allarmarci bensì devono spingerci ad un serio ed approfondito esame di coscienza, anche attraverso provvedimenti esemplari ed inequivocabili, non di facciata né di apparenza. Guai a banalizzare questi fenomeni senza reagire ed interagire con coloro che li tollerano, promuovono ed approvano.

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Halloween, ricorrenza pagana e anticristiana

Lunedì 26 Ottobre 2009

Tratto dalla rubrica Si Salvi Chi Può del Corriere Adriatico del 25 ottobre 2009.

Scheletri e fantasmi, maschere mostruose e zombi insanguinati, coltelli affilati e zucche vuote, stazionano in questi giorni nei negozi, nelle case e nelle scuole delle nostre città. Il fenomeno Halloween, violentemente approdato nella nostra realtà sociale, sembra non lasciar più scampo. Durante il Samain la casta sacerdotale dei Druidi compiva cerimonie orgiastiche e offriva sacrifici, anche umani, per ingraziarsi gli spiriti delle tenebre.
Anche oggi i ragazzini vanno in giro a bussare alle porte delle case ripetendo la formula “trick or treat”, rievocando questo stesso antico rituale. La frase, dietro all’innocente significato di “dolcetto o scherzetto”, nasconde quello originario di “maledizione o sacrificio”. Infatti le persone che non sacrificavano qualcosa ai Druidi venivano maledette. Sulla zucca che ha la forma di una testa di morto esistono invece diverse leggende. Una di queste racconta la vicenda dell’irlandese errante Jack O’Lantern che aveva cercato di ingannare il diavolo e che si trova a vagare senza fine tra l’inferno e il paradiso con la faccia in fiamme. Ai nostri giorni per molti satanisti e stregoni il 31 ottobre è la notte più importante dell’anno, cioè il grande sabba, il capodanno satanico. L’evento di Halloween diventa così il modo per promuovere tali aberrazioni: un parvente appuntamento di marketing si trasforma in un business dell’occultismo e quindi in un veicolo per tutte quelle terribili realtà magico-esoteriche che vorrebbero prepotentemente sostituirsi alle grandi religioni monoteiste. Le sette occulte, le psicosette, i gruppi pseudo religiosi esultano perché sono giorni estremamente propizi per adescare e reclutare nuovi adepti. Di fronte a ciò, spesso i cattolici restano inermi, in “santo silenzio”, aderendo acriticamente all’orrore che questa ricorrenza si porta dietro. Il disegno, tutt’altro che innocente e casuale, è di desacralizzare, profanare e boicottare la ricorrenza in cui vengono ricordati i martiri, nella celebrazione che anticipa la memoria di tutti i defunti del 2 novembre, ridicolizzando così il principio cristiano della comunione dei santi. Inoltre, in questo modo, le nuove generazioni vengono iniziate al culto dell’orrore e della violenza. Si cerca di rendere “normali” e divertenti figure orride e ripugnanti come vampiri, streghe e demoni, creando una certa assuefazione a tali “scenari di morte” con la “scusa” di voler esorcizzare e superare la paura della morte. Se il mostruoso diventa carino, il terrificante piacevole, il ripugnante esaltante, il demoniaco simpatico, il passaggio successivo è la perdita di una precisa demarcazione tra ciò che è bene e ciò che è male. Non è certo un caso che Benedetto XVI, proprio all’inizio del suo pontificato, ha indicato nella “dittatura del relativismo” una delle gravi malattie del nostro tempo. Comunque è vergognoso ascoltare cattolici impegnati, preti compresi, difendere e promuovere più la pseudo festa di Halloween che la vigilia di tutti i santi. Quest’ultimi, siamo certi, non sono stati fantasmi!

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No alla pillola abortiva Ru 486

Lunedì 21 Settembre 2009

Pubblichiamo l’articolo di don Aldo tratto dal Corriere Adriatico del 2 agosto 2009.

L’Agenzia Italiana del farmaco (Aifa) ha dato il via libera alla commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru486. Le sorti di un Paese vengono affidate alle “agenzie del profitto”, veri e propri commercianti senza scrupoli che non hanno a cuore la vita umana. La “kill pill”, come è stata ribattezzata negli Usa, sarà disponibile nel nostro Paese già alla fine di settembre e costerà al Servizio sanitario pubblico circa 14 euro. La pillola abortiva è costituita da una molecola denominata mifepristone, agente contro i recettori del progesterone, l’ormone che permette alla gravidanza di andare avanti. Questa sostanza, insieme ad un altro farmaco, la prostaglandina, somministrata alla donna il terzo giorno di terapia abortiva, provoca l’espulsione dell’embrione nel 95% dei casi. E così anche in Italia le strutture sanitarie permetteranno alle donne di realizzare il cosiddetto aborto “fai da te”: con una semplice pasticca sarà possibile mettere fine ad una vita umana.

In tanti hanno espresso forti perplessità sull’utilizzo di questo “pesticida antiumano”, anche per il pericolo nei confronti della salute della mamma. E’ incredibile come proprio gli addetti ai lavori possano definire la Ru486 un farmaco. Una volta i farmaci curavano malesseri, dolori, malattie, migliorando la qualità della vita, ma mai avremmo pensato a medicine studiate appositamente per sopprimere degli esseri umani. Nonostante tutti i dubbi e gli interrogativi, è come se una “macchina della morte”, sgombrando il campo da tutti gli ostacoli, portasse avanti la sua terribile missione, contro ogni rispetto della vita e della dignità dell’uomo. Come è avvenuto per la vicenda di Eluana Englaro le stesse Istituzioni, che dovrebbero garantire la salvaguardia di ogni esistenza umana, si rendono responsabili di “stragi degli innocenti”.

La Chiesa ha ribadito il suo secco “no” nei confronti di questa “seconda corsia” per praticare l’aborto. L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la vita, dichiarando come l’assunzione della Ru486 “non rende meno traumatico l’aborto, solo lo rinchiude ancora di più nella solitudine del privato della donna e lo prolunga nel tempo”, avverte una “triste tendenza che si sta imponendo poco alla volta in alcuni frammenti della cultura contemporanea: la banalizzazione. Dalla vita alla morte tutto sembra sottoposto a un mero processo semplificativo che tende a rinchiudere ogni cosa in un affare privato senza alcun riferimento agli altri”. L’introduzione della Ru486 significherà la diffusione capillare del primo veleno per bambini e relegherà ancor di più mamme e bambini nell’isolamento, nella violenza e nella morte.

Di fronte ad un mondo orientato a togliere di mezzo i deboli e gli emarginati i cosiddetti cattolici continuano ad essere insignificanti con una voce fin troppo sommessa.

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Immigrazione tra integrazione e sicurezza

Mercoledì 22 Luglio 2009

Riportiamo l’intervista rilasciata da don Aldo a Carlo Cammoranesi, direttore del settimanale diocesano L’Azione.

Chiediamo a don Aldo Buonaiuto nuovo Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale dei Migranti e Responsabile nelle Marche dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, cosa pensa del DDL sulla sicurezza che prevede il reato di clandestinità.

La Chiesa ha sempre affermato il primato e la difesa della  dignità ed inviolabilità di ogni persona anche quando dovesse cadere in una colpa perchè non si può ridurre l’uomo al suo errore. Qui siamo in una situazione diversa dove, per la maggior parte dei casi, gli immigrati irregolari che arrivano nel nostro Paese sono dei disperati in fuga dalle guerra o dalla fame con la speranza di poter ricominciare a vivere. Il clandestino con questa legge viene equiparato ad un delinquente, colpevole di essere scappato dalla disperazione per poi essere marchiato come soggetto pericoloso, non gradito o addirittura respinto ancor prima di toccare terra.

Ma l’eccessiva tolleranza non può portare a disordini più grandi, per l’ordine pubblico e la sicurezza?

Certamente dobbiamo pretendere per tutti il rispetto delle regole, italiani compresi, ma questo DDL aumenterà l’illegalità costringendo gli irregolari a nascondersi di più e spingendoli a vivere nella paura e nella solitudine, con gravi conseguenze anche per la salute propria e dei più piccoli. Sono completamente d’accordo con l’affermazione del Segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti, Mons.Marchetto, che questa legge “porterà molti dolori, c’è forte preoccupazione per la tenuta dei diritti umani”.

E qual è la situazione dei migranti nella nostra diocesi?

I migranti erano sempre considerati una risorsa per l’economia dei nostri territori grazie al bisogno di manodopera per le aziende e alla forte richiesta di colf e badanti. Purtroppo con la crisi del lavoro coloro che non avevano un impiego stabile sono ricaduti nel baratro dell’indigenza costringendo molti a cercare altrove ed altri a sopravvivere con enormi difficoltà. Le richieste disperate di aiuto sono continue, nonostante la solidarietà presente non si riesce a rispondere adeguatamente alle tantissime richieste.

Cosa può ancora fare questa nostra Chiesa diocesana?

La nostra diocesi è già molto attiva e presente per aiutare i tanti poveri che chiedono aiuto con la forte presenza di immigrati senza lavoro e che perdono di conseguenza anche la casa. La Caritas è già molto presente, come tutte le altre Associazioni che si occupano dei poveri, anche se si può sempre migliorare ma senza sostituirci alle responsabilità e al dovere delle istituzioni preposte ad intervenire per la salvaguardia dei bisogni primari di tutti coloro che sono presenti nel territorio. Purtroppo è in aumento una certa intolleranza ed è per questo che dobbiamo promuovere una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione: questo è quello che intendo realizzare, come ufficio migranti, per i prossimi anni.

In ultimo, lei che vive insieme ai migranti più deboli che appello rivolgerebbe alle istituzioni?

Chiedo di non fare i forti con i deboli mentre poi è sotto gli occhi di tutti come si è cosi deboli con i forti! La supplica che rivolgo a tutte le nostre istituzioni è principalmente quella di non mettere in atto nuove forme di persecuzione per questi immigrati irregolari, bensì di fare del tutto per aiutarli, ascoltandoli e dando loro la possibilità di riscattarsi e di riconquistare quella pace tanto desiderata. Non facciamo agli altri ciò che non vorremmo mai fosse fatto a noi. Infine come non citare le parole di Gesù che sono per noi cristiani il primo e fondamentale punto di riferimento: “ero forestiero e mi avete ospitato”?

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Aborto, e ora la moratoria

Martedì 21 Luglio 2009

Pubblichiamo l’articolo di don Aldo per la rubrica “Si Salvi Chi Può” del Corriere Adriatico.

La moratoria sull’aborto nel mondo ha suscitato e scatenato molte reazioni. Questa volta però la speranza è che il vento soffi dalla parte dei più innocenti, cioè verso coloro che sono i più piccoli e indifesi. Infatti l’Italia promuoverà presso le Nazioni Unite una risoluzione contro l’aborto cosiddetto “obbligatorio”, cioè contro l’uso di tale pratica per il controllo demografico. Utilizzo frequente e legalizzato in diversi Stati come la Cina, l’India e ovunque si pratichi una politica di controllo delle nascite. La speranza è che la risoluzione avanzata dal Parlamento e dal Governo italiano diventi presto una moratoria valida universalmente affinché non ci sia più nessuno Stato che rivendichi il diritto di far vivere o meno i figli dei propri cittadini. Infatti l’aborto obbligatorio è una pratica utilizzata sia per ridurre il numero delle nascite nelle Nazioni terzomondiste afflitte dalla povertà, sia come metodo selettivo negli Stati in cui è imposto avere un solo figlio, spesso a scapito del sesso femminile. La proposta della moratoria, mozione promossa in Parlamento dall’on. Rocco Buttiglione pochi giorni fa, sembra possa arrivare al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa per essere sostenuta da tutti i Paesi dell’Eu e per arrivare poi all’Onu. Questo documento impegnerà i Governi a condannare l’aborto come strumento di controllo demografico e il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire, non solo nel terzo mondo o in Asia, ma ovunque. Infatti le donne indotte all’aborto si trovano anche in occidente e in Italia. Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un continuo aumento di donne forzate verso questa drammatica pratica. Una costrizione più subdola che non viene esplicitamente dallo Stato, ma avviene in genere dai genitori stessi (specie quando si tratta di minorenni), dal padre del bambino, dal datore di lavoro, talvolta anche dai tutori di donne con problemi mentali. È ormai una prassi frequente da parte di diversi medici e operatori sanitari di proporre l’aborto (detto “terapeutico”, anche se non è chiaro chi stia guarendo) ogni qual volta si sospettino dei problemi fisici nel feto. Praticamente la donna che ha difficoltà a portare avanti la gravidanza si trova sola o circondata da un contesto sociale in cui se sceglie di abortire le strade sono tutte spianate, ma se scegliesse di tenersi il bambino non ci sarebbero garanzie sufficienti per la tutela di entrambi. Se ci impegniamo a livello internazionale bisogna che siamo anche i primi a dare il buon esempio con politiche e stanziamenti importanti affinché ogni mamma incinta abbia il diritto di poter accogliere in condizioni dignitose il figlio che già porta in grembo. Ai parlamentari italiani va certamente il plauso di aver sollevato in ambito internazionale un argomento che prima di essere politico è innanzitutto un problema etico e morale.

DON ALDO BUONAIUTO

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Lettera del Papa ai presbiteri per l’apertura dell’ “Anno Sacerdotale”

Giovedì 18 Giugno 2009

Pubblichiamo di seguito la Lettera che Benedetto XVI ha indirizzato ai presbiteri per l’apertura dell’ “Anno Sacerdotale”, da lui proclamato in occasione del 150° anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney, Curato d’Ars.

 
Cari fratelli nel Sacerdozio,

nella prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì 19 giugno 2009 – giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera per la santificazione del clero –, ho pensato di indire ufficialmente un “Anno Sacerdotale” in occasione del 150° anniversario del “dies natalis” di Giovanni Maria Vianney, il Santo Patrono di tutti i parroci del mondo.1 Tale anno, che vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi, si concluderà nella stessa solennità del 2010. “Il Sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù”, soleva dire il Santo Curato d’Ars.2 Questa toccante espressione ci permette anzitutto di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità. Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza. Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente universale? E che dire della fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione: quella di “amici di Cristo”, da Lui particolarmente chiamati, prescelti e inviati?

Io stesso porto ancora nel cuore il ricordo del primo parroco accanto al quale esercitai il mio ministero di giovane prete: egli mi lasciò l’esempio di una dedizione senza riserve al proprio servizio pastorale, fino a trovare la morte nell’atto stesso in cui portava il viatico a un malato grave. Tornano poi alla mia memoria gli innumerevoli confratelli che ho incontrato e che continuo ad incontrare, anche durante i miei viaggi pastorali nelle diverse nazioni, generosamente impegnati nel quotidiano esercizio del loro ministero sacerdotale. Ma l’espressione usata dal Santo Curato evoca anche la trafittura del Cuore di Cristo e la corona di spine che lo avvolge. Il pensiero va, di conseguenza, alle innumerevoli situazioni di sofferenza in cui molti sacerdoti sono coinvolti, sia perché partecipi dell’esperienza umana del dolore nella molteplicità del suo manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi destinatari del loro ministero: come non ricordare i tanti sacerdoti offesi nella loro dignità, impediti nella loro missione, a volte anche perseguitati fino alla suprema testimonianza del sangue?

Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di rifiuto. Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio, concretizzato in splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti. A questo proposito, gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento: il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina”.3 Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!… Se egli si comprendesse, morirebbe… Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia…”.4 E spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote… Dopo Dio, il sacerdote è tutto!… Lui stesso non si capirà bene che in cielo”.5 Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore… Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra… Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni… Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie… Il prete non è prete per sé, lo è per voi”.6

Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza salvifica: “[Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera che iniziò la sua missione.7 Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del popolo a lui affidato. Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo al Signore Gesù la grazia di poter apprendere anche noi il metodo pastorale di san Giovanni Maria Vianney! Ciò che per prima cosa dobbiamo imparare è la sua totale identificazione col proprio ministero. In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere: tutta la sua azione salvifica era ed è espressione del suo “Io filiale” che, da tutta l’eternità, sta davanti al Padre in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. Con umile ma vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione. Non si tratta certo di dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro. Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora… Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia.8

L’esagerazione devota del pio agiografo non deve farci trascurare il fatto che il Santo Curato seppe anche “abitare” attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia: visitava sistematicamente gli ammalati e le famiglie; organizzava missioni popolari e feste patronali; raccoglieva ed amministrava denaro per le sue opere caritative e missionarie; abbelliva la sua chiesa e la dotava di arredi sacri; si occupava delle orfanelle della “Providence” (un istituto da lui fondato) e delle loro educatrici; si interessava dell’istruzione dei bambini; fondava confraternite e chiamava i laici a collaborare con lui.

Il suo esempio mi induce a evidenziare gli spazi di collaborazione che è doveroso estendere sempre più ai fedeli laici, coi quali i presbiteri formano l’unico popolo sacerdotale9 e in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio ministeriale, si trovano “per condurre tutti all’unità della carità, ‘amandosi l’un l’altro con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza’ (Rm 12,10)”.10È da ricordare, in questo contesto, il caloroso invito con il quale il Concilio Vaticano II incoraggia i presbiteri a “riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa… Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter insieme a loro riconoscere i segni dei tempi”.11

Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri davanti al tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia.12 “Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare” – spiegava loro il Curato - “Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera”.13 Ed esortava: “Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui per poter vivere con Lui…14 “È vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno!”.15 Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione acquistava un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della Messa. Chi vi assisteva diceva che “non era possibile trovare una figura che meglio esprimesse l’adorazione… Contemplava l’Ostia amorosamente”.16 “Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio»,17 diceva. Era convinto che dalla Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: «La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!”.18 Ed aveva preso l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: “Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!”.19

Questa immedesimazione personale al Sacrificio della Croce lo conduceva – con un solo movimento interiore – dall’altare al confessionale. I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento. Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica. Seppe così dare il via a un circolo virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero ad imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e al perdono. In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era diventata “il grande ospedale delle anime”.20 “La grazia che egli otteneva [per la conversione dei peccatori] era sì forte che essa andava a cercarli senza lasciar loro un momento di tregua!”, dice il primo biografo.21 Il Santo Curato non la pensava diversamente, quando diceva: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui”.22 “Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto”.23

Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole che egli metteva in bocca a Cristo: “Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita”.24 Dal Santo Curato d’Ars noi sacerdoti possiamo imparare non solo un’inesauribile fiducia nel sacramento della Penitenza che ci spinga a rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni pastorali, ma anche il metodo del “dialogo di salvezza” che in esso si deve svolgere. Il Curato d’Ars aveva una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti. Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel “torrente della divina misericordia” che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!”.25 A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e quasi indifferente, offriva, attraverso le sue stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto quell’atteggiamento fosse “abominevole”: “Piango perché voi non piangete”,26 diceva. “Se almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono! Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre così buono!”.27 Faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi “incarnata” nel volto del prete che li confessava. A chi, invece, si presentava già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale, spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere uniti a Dio e alla sua presenza: “Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio… Com’è bello!”.28 E insegnava loro a pregare: “Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto è possibile che io t’ami”.29

Il Curato d’Ars, nel suo tempo, ha saputo trasformare il cuore e la vita di tante persone, perché è riuscito a far loro percepire l’amore misericordioso del Signore. Urge anche nel nostro tempo un simile annuncio e una simile testimonianza della verità dell’Amore: Deus caritas est (1 Gv 4,8). Con la Parola e con i Sacramenti del suo Gesù, Giovanni Maria Vianney sapeva edificare il suo popolo, anche se spesso fremeva convinto della sua personale inadeguatezza, al punto da desiderare più volte di sottrarsi alle responsabilità del ministero parrocchiale di cui si sentiva indegno. Tuttavia con esemplare obbedienza restò sempre al suo posto, perché lo divorava la passione apostolica per la salvezza delle anime. Cercava di aderire totalmente alla propria vocazione e missione mediante un’ascesi severa: “La grande sventura per noi parroci - deplorava il Santo - è che l’anima si intorpidisce”30; ed intendeva con questo un pericoloso assuefarsi del pastore allo stato di peccato o di indifferenza in cui vivono tante sue pecorelle. Egli teneva a freno il corpo, con veglie e digiuni, per evitare che opponesse resistenze alla sua anima sacerdotale. E non rifuggiva dal mortificare se stesso a bene delle anime che gli erano affidate e per contribuire all’espiazione dei tanti peccati ascoltati in confessione. Spiegava ad un confratello sacerdote: “Vi dirò qual è la mia ricetta: dò ai peccatori una penitenza piccola e il resto lo faccio io al loro posto”.31 Al di là delle concrete penitenze a cui il Curato d’Ars si sottoponeva, resta comunque valido per tutti il nucleo del suo insegnamento: le anime costano il sangue di Gesù e il sacerdote non può dedicarsi alla loro salvezza se rifiuta di partecipare personalmente al “caro prezzo” della redenzione.

Nel mondo di oggi, come nei difficili tempi del Curato d’Ars, occorre che i presbiteri nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica. Ha giustamente osservato Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.32 Perché non nasca un vuoto esistenziale in noi e non sia compromessa l’efficacia del nostro ministero, occorre che ci interroghiamo sempre di nuovo: “Siamo veramente pervasi dalla Parola di Dio? È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa Parola al punto che essa realmente dia un’impronta alla nostra vita e formi il nostro pensiero?”.33 Come Gesù chiamò i Dodici perché stessero con Lui (cfr Mc 3,14) e solo dopo li mandò a predicare, così anche ai giorni nostri i sacerdoti sono chiamati ad assimilare quel “nuovo stile di vita” che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli.34

Fu proprio l’adesione senza riserve a questo “nuovo stile di vita” che caratterizzò l’impegno ministeriale del Curato d’Ars. Il Papa Giovanni XXIII nella Lettera enciclica Sacerdotii nostri primordia, pubblicata nel 1959, primo centenario della morte di san Giovanni Maria Vianney, ne presentava la fisionomia ascetica con particolare riferimento al tema dei “tre consigli evangelici”, giudicati necessari anche per i presbiteri: “Se, per raggiungere questa santità di vita, la pratica dei consigli evangelici non è imposta al sacerdote in virtù dello stato clericale, essa si presenta nondimeno a lui, come a tutti i discepoli del Signore, come la via regolare della santificazione cristiana”.35 Il Curato d’Ars seppe vivere i “consigli evangelici” nelle modalità adatte alla sua condizione di presbitero. La sua povertà, infatti, non fu quella di un religioso o di un monaco, ma quella richiesta ad un prete: pur maneggiando molto denaro (dato che i pellegrini più facoltosi non mancavano di interessarsi alle sue opere di carità), egli sapeva che tutto era donato alla sua chiesa, ai suoi poveri, ai suoi orfanelli, alle ragazze della sua “Providence”,36alle sue famiglie più disagiate. Perciò egli “era ricco per dare agli altri ed era molto povero per se stesso”.37Spiegava: “Il mio segreto è semplice: dare tutto e non conservare niente”.38 Quando si trovava con le mani vuote, ai poveri che si rivolgevano a lui diceva contento: “Oggi sono povero come voi, sono uno dei vostri”.39 Così, alla fine della vita, poté affermare con assoluta serenità: “Non ho più niente. Il buon Dio ora può chiamarmi quando vuole!”.40 Anche la sua castità era quella richiesta a un prete per il suo ministero. Si può dire che era la castità conveniente a chi deve toccare abitualmente l’Eucaristia e abitualmente la guarda con tutto il trasporto del cuore e con lo stesso trasporto la dona ai suoi fedeli. Dicevano di lui che “la castità brillava nel suo sguardo”, e i fedeli se ne accorgevano quando egli si volgeva a guardare il tabernacolo con gli occhi di un innamorato.41 Anche l’obbedienza di san Giovanni Maria Vianney fu tutta incarnata nella sofferta adesione alle quotidiane esigenze del suo ministero. È noto quanto egli fosse tormentato dal pensiero della propria inadeguatezza al ministero parrocchiale e dal desiderio di fuggire “a piangere la sua povera vita, in solitudine”.42 Solo l’obbedienza e la passione per le anime riuscivano a convincerlo a restare al suo posto. A se stesso e ai suoi fedeli spiegava: “Non ci sono due maniere buone di servire Dio. Ce n’è una sola: servirlo come lui vuole essere servito”.43 La regola d’oro per una vita obbediente gli sembrava questa: “Fare solo ciò che può essere offerto al buon Dio”.44

Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro rivolgere ai sacerdoti, in quest’Anno a loro dedicato, un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. “Lo Spirito nei suoi doni è multiforme… Egli soffia dove vuole. Lo fa in modo inaspettato, in luoghi inaspettati e in forme prima non immaginate… ma ci dimostra anche che Egli opera in vista dell’unico Corpo e nell’unità dell’unico Corpo”.45 A questo proposito, vale l’indicazione del Decreto Presbyterorum ordinis: “Sapendo discernere quali spiriti abbiano origine da Dio, (i presbiteri) devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli con diligenza”.46 Tali doni che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata, possono giovare non solo per i fedeli laici ma per gli stessi ministri. Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire “un valido impulso per un rinnovato impegno della Chiesa nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza e della carità in ogni angolo del mondo”.47 Vorrei inoltre aggiungere, sulla scorta dell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis del Papa Giovanni Paolo II, che il ministero ordinato ha una radicale ‘forma comunitaria’ e può essere assolto solo nella comunione dei presbiteri con il loro Vescovo.48 Occorre che questa comunione fra i sacerdoti e col proprio Vescovo, basata sul sacramento dell’Ordine e manifestata nella concelebrazione eucaristica, si traduca nelle diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva ed affettiva.49 Solo così i sacerdoti sapranno vivere in pienezza il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire comunità cristiane nelle quali si ripetano i prodigi della prima predicazione del Vangelo.

L’Anno Paolino che volge al termine orienta il nostro pensiero anche verso l’Apostolo delle genti, nel quale rifulge davanti ai nostri occhi uno splendido modello di sacerdote, totalmente “donato” al suo ministero. “L’amore del Cristo ci possiede – egli scriveva – e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti” (2 Cor 5,14). Ed aggiungeva: “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor. 5,15). Quale programma migliore potrebbe essere proposto ad un sacerdote impegnato ad avanzare sulla strada delle perfezione cristiana?

Cari sacerdoti, la celebrazione del 150.mo anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney (1859) segue immediatamente le celebrazioni appena concluse del 150.mo anniversario delle apparizioni di Lourdes (1858). Già nel 1959 il beato Papa Giovanni XXIII aveva osservato: “Poco prima che il Curato d’Ars concludesse la sua lunga carriera piena di meriti, la Vergine Immacolata era apparsa, in un’altra regione di Francia, ad una fanciulla umile e pura, per trasmetterle un messaggio di preghiera e di penitenza, di cui è ben nota, da un secolo, l’immensa risonanza spirituale. In realtà la vita del santo sacerdote, di cui celebriamo il ricordo, era in anticipo un’illustrazione vivente delle grandi verità soprannaturali insegnate alla veggente di Massabielle. Egli stesso aveva per l’Immacolata Concezione della Santissima Vergine una vivissima devozione, lui che nel 1836 aveva consacrato la sua parrocchia a Maria concepita senza peccato, e doveva accogliere con tanta fede e gioia la definizione dogmatica del 1854”.50 Il Santo Curato ricordava sempre ai suoi fedeli che “Gesù Cristo dopo averci dato tutto quello che ci poteva dare, vuole ancora farci eredi di quanto egli ha di più prezioso, vale a dire della sua Santa Madre”.51Alla Vergine Santissima affido questo Anno Sacerdotale, chiedendole di suscitare nell’animo di ogni presbitero un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo ed alla Chiesa che ispirarono il pensiero e l’azione del Santo Curato d’Ars. Con la sua fervente vita di preghiera e il suo appassionato amore a Gesù crocifisso Giovanni Maria Vianney alimentò la sua quotidiana donazione senza riserve a Dio e alla Chiesa. Possa il suo esempio suscitare nei sacerdoti quella testimonianza di unità con il Vescovo, tra loro e con i laici che è, oggi come sempre, tanto necessaria. Nonostante il male che vi è nel mondo, risuona sempre attuale la parola di Cristo ai suoi Apostoli nel Cenacolo: “Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare con fiducia al futuro. Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!

Con la mia benedizione.

 Dal Vaticano, 16 giugno 2009

 

BENEDICTUS PP. XVI

1  Tale lo ha proclamato il Sommo Pontefice Pio XI nel 1929.

2  “Le Sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus” (in Le curé d’Ars. Sa pensée - Son cœur. Présentés par l’Abbé Bernard Nodet, éd. Xavier Mappus, Foi Vivante, 1966, p. 98). In seguito:Nodet. L’espressione è citata anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1589.

3  Nodet, p. 101

4  Ibid., p. 97.

5  Ibid., pp. 98-99.

6  Ibid., pp. 98-100.

7  Ibid., 183.

8  Monnin A.,Il Curato d’Ars. Vita di Gian-Battista-Maria Vianney, vol. I, ed. Marietti, Torino 1870, p. 122.

9  Cfr Lumen gentium, 10.

10  Presbyterorum ordinis, 9.

11  Ibid.

12  «La contemplazione è sguardo di fede fissato su Gesù. “Io lo guardo ed egli mi guarda”, diceva, al suo santo Curato, il contadino d’Ars in preghiera davanti al Tabernacolo» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2715)

13  Nodet, p. 85.

14  Ibid., p. 114.

15  Ibid., p. 119.

16  Monnin A., o.c., II, pp. 430ss.

17  Nodet, p. 105.

18  Ibid., p. 105.

19  Ibid., p. 104.

20  Monnin A., o. c., II, p. 293.

21  Ibid., II, p. 10.

22  Nodet, p. 128.

23  Ibid., p. 50.

24  Ibid., p. 131.

25  Ibid., p. 130.

26  Ibid., p. 27.

27  Ibid., p. 139.

28  Ibid., p. 28.

29  Ibid., p. 77.

30  Ibid., p. 102.

31  Ibid., p. 189.

32  Evangelii nuntiandi, 41.

33  Benedetto XVI, Omelia nella Messa del S. Crisma, 9.4.2009. 

34  Cfr Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea plenaria della Congregazione del Clero, 16.3.2009.

35  P.I.

36  Nome che diede alla casa dove fece accogliere e educare più di 60 ragazze abbandonate. Per mantenerla era disposto a tutto: “J’ai fait tous les commerces imaginables”, diceva sorridendo (Nodet, p. 214)

37  Nodet,p. 216.

38  Ibid., p. 215.

39  Ibid., p. 216.

40  Ibid., p. 214.

41  Cfr Ibid., p. 112.

42  Cfr Ibid., pp. 82-84; 102-103.

43  Ibid., p. 75.

44  Ibid., p. 76.

45  Benedetto XVI, Omelia nella Veglia di Pentecoste, 3.6. 2006.

46  N. 9.

47  Benedetto XVI, Discorso ai Vescovi amici del Movimento dei Focolari e della Comunità di Sant’Egidio, 8.2.2007.

48  Cfr n. 17.

49  Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. Pastores dabo vobis, 74.

50  Lettera enc. Sacerdotii nostri primordia, P. III.

51  Nodet, p. 244.

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