L’ITALIA E’ PIU’ BUIA.
Mercoledì 11 Febbraio 2009

Comunicato della Comunità Papa Giovanni XXIII a seguito della morte di Eluana Englaro.
Eluana continua a vivere.
Siamo pieni di sofferenza, di dolore e profondamente amareggiati per la morte a causa di una imposizione che resterà nella nostra storia: il divieto di nutrirsi come ogni persona umana ha il diritto di ricevere e come ogni stato ha il diritto di garantire.
Diciamo grazie a Eluana per tutto il tempo che è stata con noi e sentiamo Eluana una martire dei tempi moderni, vittima di un accanimento contro la vita senza precedenti.
Ora ci affidiamo soltanto alla misericordia di Dio nel pianto e nella preghiera per questa perdita con la speranza che Eluana continui a vivere nelle tante persone che si trovano nella sua stessa condizione e che sorridono alla bellezza della vita.
Pubblichiamo il comunicato del 08 febbraio 2009 della Comunità Papa Giovanni XXII sul caso di Eluana Englaro
Considerando le ultime notizie sulle possibili irregolarità emerse dalle ispezioni e rilevando le tante notizie sulle reali condizioni di salute di Eluana prima che iniziasse questa procedura di morte, chiediamo con accorata insistenza di restituire il nutrimento a Eluana prima che sia troppo tardi.
Ci appelliamo alle Procura della repubblica di Udine e alla Procura Generale di Trieste nel caso in cui fossero venuti a conoscenza di notizie di reato di procedere immediatamente alla sospensione del protocollo che condurrà a morte Eluana Englaro.
Eluana non può più aspettare la sua vita può essere salvata solamente se coloro che possono intervenire lo facciano immediatamente
La nostra supplica accorata continua affinché nessuno si macchi di un crimine così efferato e senza precedenti nella storia della Repubblica italiana.
Per questo domani anche noi saremo di fronte a palazzo Madama per manifestare a favore della vita per salvare Eluana.
Pubblichiamo il comunicato stampa della Comunità Papa Giovanni XXIII del 07 febbraio 2009 riguardante Eluana Englaro.
Eluana non può più aspettare, il togliere proprio adesso, in questa fase così delicata il cibo e l’acqua dimostra il reale e unico accanimento di coloro che vogliono ucciderla ad ogni costo. Siamo alla follia di una spietata volontà, inspiegabile e senza precedenti. Chiediamo ai “volontari della morte” di fermarsi e di rianimare la propria coscienza per fermare questo crudele assassinio.
Proprio a causa di furia omicida chiediamo che ci sia un osservatore medico esterno permanente all’interno della camera dove vive Eluana affinché niente venga omesso.
Chiediamo a tutti gli uomini che credono nell’irripetibilità e valore dell’esistenza umana di uscire allo scoperto con forza perché questo non è il momento di tacere bensì di gridare in modo non violento contro questa ingiustizia insopportabile.
Confidiamo nella tempestività di un atto ufficiale del Governo, risolutivo per la salvezza di Eluana, anche in considerazione del rispetto dovuto alle migliaia di persone che già in Italia, per senilità o altre malattie vengono alimentate artificialmente.
L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII sostiene ed approva incondizionatamente l’impegno assunto dal Governo per salvare la vita di Eluana già fortemente provata dall’inizio della procedura dettata dalla sentenza. Il Governo, in questa drammatica vicenda, sta dimostrando coraggio, autonomia di pensiero e profonda capacità di discernimento tra opinioni e scelte politiche.
Si sottolinea comunque l’importanza dell’urgenza del provvedimento perché il corpo di Eluana è già stato duramente provato e dal trasferimento e, come si è detto, dall’avviata diminuzione di cibo e acqua.
Intanto la nostra Comunità continua fortemente a pregare perche venga salvata in tempo la sua vita.
Intervista di Radio Vaticana a don Aldo.
Un colpo di scena l’annuncio del varo di un decreto sul caso Englaro, dopo una mattinata all’insegna del pessimismo sulla possibilità che il Consiglio dei ministri arrivasse ad una decisione auspicata da tanti. Fra questi la Comunità Papa Giovanni XXIII che in questi giorni ha dato vita a diverse iniziative di preghiera e di solidarietà ad Eluana, anche a Udine. Adriana Masotti ha sentito il portavoce dell’associazione, don Aldo Bonaiuto.
Intervista a don Aldo trasmessa da Radio Vaticana.
Si fa strada la possibilità che il governo italiano approvi un decreto legge che blocchi il “protocollo di fine vita” di Eluana Englaro, in attesa dell’approvazione di una legge sul cosiddetto testamento biologico. Dal canto suo, il neurologo che ha in cura la donna, in stato vegetativo da 17 anni, ha annunciato che da domani inizierà la riduzione del 50 per cento dell’alimentazione somministrata ad Eluana, attualmente ricoverata presso la clinica “La Quiete” di Udine. Chi non vuole arrendersi alla morte di Eluana è il vasto e variegato movimento per la vita che, con il passare delle ore, moltiplica le sue iniziative di preghiera e solidarietà. Ecco la testimonianza del portavoce dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, don Aldo Bonaiuto, raccolta da Luca Collodi:
R. – Noi non possiamo tacere. Questi falsi silenzi, anche di alcune realtà del mondo della stampa, ci lasciano veramente rattristati, perché si parla e si dicono tante sciocchezze. Tante questioni che non hanno per nulla rilevanza, vengono ingigantite, e per questa che invece è una tragedia, si invoca il silenzio. Per noi è invece un’ingiustizia insopportabile: chi tace diventa complice di un abominio che è quello, ancora una volta, di far diventare i deboli sempre più deboli, fabbricando queste croci insopportabili sulle persone che invece hanno bisogno di essere supportate, difese, aiutate in tutti i modi. Per questo noi gridiamo, ma è il grido dell’amore. Dobbiamo metterci dalla parte degli ultimi. Eluana rappresenta tantissime persone che non sono solo nelle nostre realtà della “Papa Giovanni XXIII”, ma che sono in tutto il mondo e che vanno difese in tutti i modi. Quindi, il nostro appello continua. Per tutti i ministri: se vogliono, loro possono veramente fermare questa sentenza.
Intanto, in tarda mattinata, fonti di agenzia hanno reso noto che la procura di Udine intende verificare le testimonianze di amici e parenti sula volontà espressa da Eluana Englaro e riferita dal padre Beppino. D’altro canto, nello stesso mondo scientifico si dibatte sulle reali condizioni di Eluana. Ecco l’opinione di Adelia Lucattini, psichiatra e bioeticista, intervistata da Luca Collodi:
R. - Il sentimento è quello di dire non ce la posso fare, rinuncio. Questo, secondo me, è un altro aspetto che sposta un po’ il problema, cioè una spinta ad identificarsi tutti con il padre e non con la ragazza, dando per scontato che questa ragazza non veda, non senta, non interagisca, non sappia quello che gli accade. Quando ci sono degli studi scientifici accreditati, come quello di Owen, che è uscito su “Science” nel 2006, in cui si è visto che una paziente nello stato di Eluana Englaro era in grado di rispondere ai comandi esattamente come un gruppo di persone normali, con una tecnica particolare in cui si potevano rilevare, attraverso la risonanza magnetica funzionale, le risposte cerebrali, in assenza di movimento fisico o di voce o di movimento oculare. E c’è stata una sovrapposizione tra la risposta che ha dato a livello cerebrale questa paziente e il gruppo di persone normali. Di questo non se ne fa parola. E l’altro elemento è questa erronea convinzione, che viene comunque lasciata credere, che i pazienti in stato vegetativo siano legati alle macchine: non è così, sono pazienti che hanno conservato tutte le funzioni biologiche, ma sono totalmente paralizzati; in modo particolare, e questa è una cosa che colpisce, possono aprire e chiudere gli occhi, seguendo il ritmo del sonno e della veglia.
Comunicato stampa dell’agenzia stampa Ansa sul caso di Eluana Englaro.
(ANSA) - CITTA’ DEL VATICANO, 5 FEB - Da mons. Rino Fisichella al card. Renato Martino, il Vaticano mette in campo i suoi massimi esponenti per invocare un intervento legislativo affinché “si faccia il possibile” per scongiurare la morte di Eluana Englaro. La bozza del decreto legge che dovrebbe impedire lo stop all’alimentazione e all’idratazione previste dal protocollo in applicazione su Elauna Englaro giace sul tavolo del premier Silvio Berlusconi: ma in queste ore, da un lato pesano i dubbi del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e del presidente della Camera, Gianfranco Fini, sull’opportunità del provvedimento, dall’altro emerge con forza la voce del mondo cattolico che non si dà per vinto e accelera anzi il suo pressing sul governo perché metta mano a un decreto. Il primo ad intervenire è stato in mattinata il presidente della pontificia accademia della Vita, mons. Rino Fiscihella.
Chiaro il suo appello all’esecutivo: “Sono ancora carico di speranza. Ci sono ancora diversi strumenti possibili che potranno essere ascoltati dal legislatore dunque spero ancora che si riuscirà ad evitare questa drammatica soluzione di morte, e che questa possa essere una testimonianza in favore della vita”.
Più tardi il card. Martino si è appellato con forza alla maggioranza e sull’ipotesi decreto legge non ha mostrato dubbi: “naturalmente qualunque cosa si faccia per salvare la vita a un innocente è benvenuta”. Il cardinale va anche oltre: “io mi meraviglio di come in Italia, dove fin dalla Costituzione c’é la difesa della vita, si possa distruggere la vita stessa in una maniera che non corrisponde alla Carta costituzionale. Quello che si sta mettendo in atto è autentico omicidio”. Più sfumata la posizione di un altro porporato, da sempre vicino alla drammatica vicenda Englaro, l’arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi: “‘La responsabilita’ ultima sulla vita della donna, non è una legge positiva, ma quella stampata dentro di noi che è quella naturale”, cioé della coscienza, ha detto senza incertezze il portavoce della comunità Papa Giovanni XXIII, associazione cattolica che molto si è attivata, anche in questi giorni con veglie, preghiere e sit-in, per scongiurare il decesso di Englaro. “Il nostro appello continua - ha affermato don Aldo Bonaiuto - Per tutti i ministri: se vogliono, loro possono veramente fermare questa sentenza”.
Un contributo interno al fronte cattolico sul pressing in atto a favore della soluzione decreto, è arrivato dal presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani e presidente emerito del comitato di Bioetica, Francesco D’Agostino. “E’ giusto che il governo intervenga subito con un provvedimento di carattere generale che si estenda oltre che alla donna in stato di coma vegetativo da 17 anni, anche ad altri casi che possano sorgere”, ha osservato.
Comunicato stampa del Responsabile Generale della Comunità Papa Giovanni XXIII.
La nostra Comunità Papa Giovanni XXIII accoglie con gioia le notizie relative al concreto intervento del Governo attraverso il Decreto Legge in elaborazione e la nostra speranza si accende e la fiducia ravviva
Tale atto dimostrerebbe l’elevato grado e senso di civiltà della nostra Nazione che ha sempre difeso e tutelato la vita dei suoi cittadini e di tutti i più deboli.
Possiamo ancora riconoscere con orgoglio e dichiarare che l’Italia non ha perso i suoi principi fondamentali, e anche le sue radici cristiane, nonostante le offese e le forze contrarie di chi vorrebbe vedere una Chiesa ammutolita e priva di opinioni.
Invece incoraggiamo tutti i cristiani di continuare a pregare ed elevare suppliche ai nostri governanti e in particolare al Presidente della Repubblica perché accolga questo Decreto Legge realmente urgente, affinché nessuno tocchi Eluana.
Siamo inoltre fortemente preoccupati per l’accanimento inaudito di coloro che si stanno battendo per la sua morte e denunciamo pubblicamente questa ingiustizia. Vedere una vita umana, quella di Eluana, gestita dai “volontari della morte” che, addirittura in quanto medici, tradiscono la loro vocazione primaria di soccorrere la vita e contraddicono il loro codice deontologico.
E’ vergognoso sentire certi politici, che nientemeno si dichiarano “cattolici adulti”, invocare il silenzio quando la vita di Eluana e il dramma dell’Eutanasia è sicuramente un tema molto più importante da discutere rispetto alle tante sterili polemiche e litigate che fanno continuamente anche su temi molto banali.
Chiediamo invece che la politica si esprima e che la dignità e salvaguardia della vita umana non dipenda dai soliti scontri politici di parte, bensì, liberi dalle logiche di partito, ci si schieri soltanto dalla parte del diritto e dell’insostituibilità di ogni esistenza umana.
Il Responsabile Generale
Giovanni Paolo Ramonda
Pubblichiamo il comunicato ANSA del 5 febbraio su Eluana Englaro.
(ANSA) - CITTA’ DEL VATICANO, 5 FEB - “Il nostro appello continua. Per tutti i ministri: se vogliono, loro possono veramente fermare questa sentenza”. E’ quanto afferma ai microfoni di Radio Vaticana don Aldo Bonaiuto, portavoce dell’Associazione ‘Papa Giovanni XXIII’, mentre si ventila la possibilità che il governo intervenga con un decreto legge per impedire la morte di Eluana Englaro.
Don Bonaiuto commenta anche la richiesta di fare silenzio sulla vicenda della donna in stato di coma vegetativo da 17 anni. “Noi non possiamo tacere - spiega -. Questi falsi silenzi, anche di alcune realtà del mondo della stampa, ci lasciano veramente rattristati, perché si parla e si dicono tante sciocchezze. Tante questioni che non hanno per nulla rilevanza - aggiunge - vengono ingigantite e per questa che invece è una tragedia, si invoca il silenzio. Per noi è invece un’ingiustizia insopportabile: chi tace diventa complice di un abominio che è quello di far diventare i deboli sempre più deboli, fabbricando queste croci insopportabili sulle persone che invece hanno bisogno di essere supportate, difese, aiutate in tutti i modi”.
04/02/2009 - La Comunità Papa Giovanni XXIII proclama da oggi digiuno ad oltranza insieme alla preghiera continua, perchè il buon Dio metta un po’ di sapienza a chi può ancora intervenire e deve decidere per fermare questa condanna a morte.
I diritti umani sono universali, inviolabili e inalienabili. Nessuno può legittimamente privare un suo simile della vita chiunque egli sia, perché ciò significherebbe fare violenza alla sua natura. Il primo diritto è il diritto alla vita, dal concepimento fino al suo esito naturale, quindi scelta dimostra l’illeceità di ogni forma di aborto procurato e di eutanasia.
Si ritorna alla cultura di Sparta, dove solo le persone dotate di aspetto fisico denotante forza e salute vivevano, gli altri venivano fatti fuori.
Vogliamo essere voce di chi non ha voce, perché eluana fino all’altro ieri al mattino apriva gli occhi, faceva fisioterapia, e usciva per la passeggiata nel giardino. Siamo alla selezione tra chi è efficiente e produttivo e chi non lo è.
Perché non succeda anche a noi, LASCIATECI VIVERE è il grido di tante famiglie e di tanti ragazzi e ragazze in queste condizioni.
Molti medici competenti in materia dicono che toglierle il cibo significa ucciderla. I magistrati che hanno decretato la sentenza non hanno tenuto conto delle decisioni del comitato nazionale di bioetica che si era espresso contro la possibilità di staccare il sondino che la nutre. La morte sarà consumata atrocemente.
Per la prima volta nella storia della repubblica viene fatta morire per sentenza dello stato una persona non in stato terminale, che respira da sola che deglutisce, e che potrebbe essere nutrita anche senza il sondino.
I magistrati e il padre la lasciano morire di fame e di sete.
PER QUESTO CHIEDIAMO CHE AL SIG. BEPPINO ENGLARO VENGA REVOCATA LA TUTELA ATTRAVERSO LA SOSPENSIONE IMMEDIATA NELL’INTERESSE DI ELUANA.
Siamo alla mostruosità di un amore che uccide, che ha diritto di non tenerla presso di sé , come già sta facendo da 12 anni, perché nessuno ha diritto di ucciderla.
La clinica “La Quiete” è finalizzata all’accoglimento di persone e pazienti per il recupero funzionale e la promozione sociale dell’assistito, faremo tutte le azioni legali possibili perché svolga funzioni sanitarie per la vita e non per la morte.
Non possiamo tacere di fronte alla grave ingiustizia fatta ad Eluana là dove non c’è uno scritto che attesta la sua scelta di volere morire?
Ci stupisce il silenzio di uomini come il Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio che tacciono il fatto che la “ Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, “ . Una società che si prende cura dei più deboli ha un’alta statura morale, una società che usa i beni e le strutture dello stato per fare morire è necrofila. Già Martin Luter King diceva che temeva il silenzio e l’indifferenza degli onesti . Chiediamo allo Stato che finanzi scelte di vita e non di morte, che sostenga le migliaia di famiglie che tengono presso di sé i loro figli gravemente disabili.
Non ci ha sorpreso constatare la convergenza d’opinione tra i leader dei due maggiori schieramenti politici, vittime della sindrome di pilato forse per timore delle prossime elezioni evidenziando che i voti valgono più dei valori e delle persone.
Il considerare Eluana come un vegetale o già morta 17 anni fa lo può dire soltanto chi non ha vissuto con lei , per le suore e i medici invece che da tanti anni la curavano Eluana è viva.
Si trasgredisce l’art 13 della costituzione che recita “ è punita ogni violenza fisica “, togliendo l’alimentazione e l’idratazione,
Molti parlamentari che invocano il silenzio forse non conoscono” che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” art 21 costituzione
D’altro canto loro gridano quando vogliono difendere il diritto a drogarsi per i giovani, o per la giusta moratoria contro la pena di morte, o per salvare gli animali.
Siamo in uno stato che non ricorda che” non è ammessa la pena di morte” art 27 cost.
CHIEDIAMO LA SOSPENSIONE IMMEDIATA DELLA TUTELA PERCHE’ LA SCELTA DEL SIG ENGLARO
va contro l’art 32 che recita ” la repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”
Mentre uesta scelta apre strade di morte per il diritto al suicidio, alla autodistruzione tramite l’uso di sostanze stupefacenti, il diritto a decidere per la vita di altri.
Anche al più efferato criminale si riconosce il diritto a non essere privato della vita, per questo noi diciamo
NESSUNO TOCCHI ELUANA.
Bisogna dire con chiarezza come ha detto Benedetto XVI “che l’eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo. La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto dolce , ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano.”
LA COMUNITA’ PAPA GIOVANNI PROCLAMA DA OGGI UN DIGIUNO AD OLTRANZA INSIEME ALLA PREGHIERA CONTINUA PERCHE’ IL BUON DIO METTA UN PO DI SAPIENZA A CHI PUO’ ANCORA INTERVENIRE E DEVE DECIDERE PER FERMARE QUESTA CONDANNA A MORTE.
Continueremo con un presidio di famiglie con figli disabili in modo nonviolento la nostra vicinanza ad Eluana e lotteremo con tutte le forme legittime che la legge prevede a partire dalla denuncia all’ordine dei medici di questi professionisti che CONTRADDICONO LA PROPRIA VOCAZIONE E IL LORO CODICE DEONTOLOGICO.
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
Il Responsabile Generale
Giovanni Paolo Ramonda
Articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire del 5 Febbraio 2009.
Sono arrivati da tutta Italia gli ospiti delle case di don Benzi. Volontari ma anche ex tossici ed ex senza tetto. E poi tanti disabili accolti e accuditi con amore. Tutti insieme hanno recitato il rosario e invocato pietà per la donna lecchese che la famiglia vorrebbe accompagnare alla morte.
Arrivano a metà pomeriggio come promesso e sono una ventata fresca di vita. Sono in tanti, qualche centinaio, e vengono da tutta Italia, puntuali come avevano detto. Hanno striscioni ma non manifestano, hanno megafoni ma non gridano, sulle spalle storie tremende ma l’aria è di festa. Sono lì per Eluana: sono i ragazzi di don Oreste Benzi, quelli che lui accoglieva senza chiedere nulla e chiamava indifferentemente «fratellini». Assistono e sono assistiti, vengono dalle 250 comunità e case famiglia dell’Associazione «Papa Giovanni XXIII » sparse da Nord a Sud. Quando arrivano scuotono il mondo dalle fondamenta, forti della loro speranza, e ci riescono anche qui, sotto le finestre della «Quiete», a due passi dal letto al piano terra in cui riposa Eluana. Ci sono proprio tutti, come nel novembre di due anni fa quando i «fratellini» si erano riuniti a Rimini per l’ultimo saluto a don Oreste: volontari, disabili, zingari, ex prostitute, ex drogati, ex senza tetto, ex emarginati, ex disperati, persone che sulla loro pelle dimostrano come ogni vita sia degna di essere vissuta. «E oggi siamo qui per Eluana. Coloro che possono agire lo facciano subito - si appella al megafono Paolo Ramonda, padre dei suoi tre figli e degli altri nove accolti insieme alla moglie nella loro casa famiglia in Piemonte. Colui che dalla morte di don Benzi guida l’Associazione - . Nessuno tocchi Eluana, bisogna dire con chiarezza come ha detto il Papa che l’eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza. La vera risposta infatti non può essere dare la morte, per quanto dolce, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano». Fuori dalla casa di riposo udinese gli appelli si alternano alle preghiere, si recita il Rosario, la gente si ferma stupita, a volte resta e si unisce al pellegrinaggio. La strada è stretta, il traffico rallentato, ma questa volta l’ampio dispiegamento di forze dell’ordine che controlla l’ingresso della «Quiete» non reagisce, anzi, polizia e carabinieri presenziano a modo loro, con nuova solennità. Si aprono gli striscioni, molti si rivolgono a Beppino, colui che per legge ha «il permesso » di far morire Eluana, ma che niente e nessuno obbliga a mettere in pratica un gesto irrimediabile: «Sei ancora in tempo, fermati», gli chiedono. «Caro papà, nel mio lungo silenzio ti dico che sono figlia di Dio», si legge su un manifesto con la foto di Eluana, « Fiaccolata per dare voce a chi non ha voce », spiega un altro striscione tenuto da sette ragazzi, e il pensiero non può non andare proprio a lei, la giovane donna distesa su un letto a pochi passi da lì, la persona più inerme e senza voce. Nella sua stanza i suoni arrivano di certo, nella sua mente, misteriosa a neurologi e scienziati, chissà se almeno un’eco giunge ad accarezzare una pur sopita coscienza. Ma non è nemmeno questo ora che conta. Conta, come dice don Aldo Buonaiuto della «Papa Giovanni XXIII », che «chi può agire lo faccia subito». Ad ascoltarlo e annuire con lui c’è una folla variopinta e sorridente, così inusuale da lasciare interdetti anche i cronisti più svezzati. «Sono Gigi, vengo da una casa famiglia di Crema si alternano alle preghiere le testimonianze - da cinque anni abbiamo accolto Susi, in stato vegetativo come Eluana. Lei è la presenza viva di Gesù in casa nostra, è il senso della nostra vocazione, la cosa più difficile è che lei ci chiede tutto il nostro tempo ma ci ricompensa soltanto con il suo silenzio. Ma è la prova che è possibile vivere con questi ragazzi - dice nel megafono, e non parla di teorie, racconta i suoi stessi giorni - è possibile portarli ancora al mare, fare con loro le cose più normali. Beppino, loro rispondono col silenzio ma sono vivi ed è stupido pensare che debbano restituirci qualcosa…
Per me e mia moglie è Susi il senso più profondo del nostro matrimonio».
Debora viene da Verona e in braccio ha un’altra Susi, 5 anni, di colore, avvolta in una coperta per affrontare il freddo di Udine. L’ha presa in un istituto due anni fa, dov’era stata lasciata a causa di una tetraparesi spastica con grave danno cerebrale. Uno stato che si riassume così: «Ci sente e basta». Altro in lei non funziona. Ma nella casa famiglia di Debora ha trovato quindici fratelli e una vita d’amore concreto.
«Signor Beppino, lei si chiama come me. E anche a me avevano detto che mia figlia sarebbe per sempre rimasta in stato vegetativo, a lei 17 anni fa, a me 29»: i toni di Giuseppe sono accorati e sinceri, ammutoliscono tutti, i carabinieri e i poliziotti ascoltano pensosi, la cera di centinaia di candele sta ormai lasciando sul marciapiede macchie che si rapprendono al freddo e chissà per quanto lasceranno il loro segno tangibile sotto quella finestra. «All’inizio sono stato sbandato anch’io - dice Giuseppe - ma la supplico, provi a inginocchiarsi, provi a pregare, provi a capire chi ha vicino: non una persona morta ma tanto amore… Certo però, per capirlo bisogna starle accanto ora per ora, lei non so per quale scelta l’ha affidata sempre ad altri, ma ora si fermi, provi ad ascoltarla e vedrà che c’è solo da imparare da questi ragazzi… Io credevo di fare da padre a mio figlio, invece è stato lui che ha fatto da padre a me». Ma Beppino purtroppo è lontano, è tornato a Lecco ieri mattina, peccato che non senta: parole del genere non ti lasciano indifferente.
Parole o immagini, come quella di Morena e del bimbo di 10 mesi che ha in braccio. E’ piccolissimo, si chiama Luca. Difficile districarsi tra figli «veri» e figli accolti: quando parli con la gente di don Benzi è una distinzione che non esiste più, e così succede anche con Morena. Il più grandino dei suoi, Emanuele, 6 anni, corre avanti e indietro su quella che sembra una coloratissima bicicletta, in realtà è una delle più piccole sedie a rotelle, ma lui si diverte, «ha una grave patologia genetica delle ossa», spiega Morena, che proprio a Udine con suo marito ha la casa famiglia in cui accoglie tre piccoli e un anziano. Poi scosta un po’ la calda coperta e mostra con fierezza Luca, accolto 8 mesi fa, nato prematuro, subito abbandonato. «E’ venuto anche lui a dire la sua», sorridono madre e padre. Il musetto si stira in uno sbadiglio e solo allora scopri che dal minuscolo nasino esce un piccolissimo tubicino trasparente: «Sì, ha il sondino, si nutre come Eluana perché non si sono formati tutti gli organi».
All’improvviso un’altra voce scuote le coscienze: «Vi imploro non ammazzate mia figlia Eluana». E’ Luca Russo, papà in una casa famiglia ad Assisi. «Io e Laura abbiamo accolto un figlio cerebroleso, alimentato col sondino, cieco e sordo. Se passo le mie notti in bianco ad aspirare il suo catarro, a misurare la saturazione o a correre in ospedale per le sue crisi non lo faccio solo per il bimbo raccolto dall’abbandono, ma anche per Eluana. Anche Eluana è mia figlia, sebbene abbia la mia stessa età…».
Per lei e per Beppino i ragazzi di don Benzi da oggi iniziano un digiuno di preghiera in tutto il mondo: «Siamo 60mila - dice Paolo Ramonda - difficile non farci ascoltare lassù». Poi prende il telefono a prova a farsi ascoltare anche da Beppino, nella sua casa di Lecco, «vorrei tanto incontrarla…». Beppino ascolta, viene a sapere di quei nove figli accolti tra i suoi, due dei quali «come Eluana ». Si stupisce, accetta il dialogo, ma non subito, «appena me la sento».
Intanto da oggi per tutti i giorni la preghiera continua davanti alla finestra di Eluana.
Riportiamo una testimonianza pubblicata nel sito http://www.tgcom.mediaset.it/
Lettera aperta di Pietro Crisafulli
La redazione di Tgcom ha ricevuto questa lettera da Pietro Crisafulli (fratello di Salvatore che nel 2005 si risvegliò dopo due anni di stato vegetativo nel quale era caduto dopo un grave incidente stradale) e ha deciso di pubblicarla integralmente:
In questi giorni di passione e sofferenza, nei quali stiamo seguendo con trepidazione il “viaggio della morte” di Eluana Englaro, non posso restare in silenzio di fronte a un evento così drammatico.
Era il maggio del 2005 quando per la prima volta ho conosciuto Beppino Englaro. Eravamo entrambi invitati alla trasmissione “Porta a Porta”. Da quel giorno siamo rimasti in contatto ed amici, ci siamo scambiati anche i numeri di telefono, per sentirci, parlare, condividere opinioni. Nel marzo del 2006 andai in Lombardia, a casa di Englaro, in compagnia di un conoscente.
Dopo l’appello a Welby da parte di Salvatore, Beppino capì che noi eravamo per la vita. Da quel momento le strade si divisero.
All’epoca anch’io ero favorevole all’eutanasia. Facemmo anche diverse foto insieme, e visitai la città di Lecco. Nella circostanza Beppino Englaro mi fece diverse confidenze, tra le quali che i rappresentanti nazionali del Partito Radicali erano suoi amici. Ma soprattutto, mentre eravamo a cena in un ristorante, in una piazza di Lecco, ammise una triste e drammatica verità.
Beppino Englaro si confidò a tal punto da confessarmi, in presenza di altre persone, che ‘non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta un vegetale, avrebbe voluto morire’. In effetti, Beppino, nella sua lunga confessione mi disse che alla fine, si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla ridotta in quelle condizioni. Che non era più in grado di sopportare la sofferenza e che in tutti questi anni non aveva mai visto miglioramenti. Entro’ anche nel dettaglio spiegandomi che i danni celebrali erano gravissimi e che l’unica soluzione ERA FARLA MORIRE e che proprio per il suo caso, voleva combattere fino in fondo in modo che fosse fatta una legge, proprio inerente al testamento biologico.
In quella circostanza anch’io ero favorevole all’eutanasia e gli risposi che l’unica soluzione poteva essere quella di portarla all’estero per farla morire, in Italia era impossibile in quanto avevamo il Vaticano che si opponeva fermamente.
Ma lui sembrava deciso, ostinato e insisteva per arrivare alla soluzione del testamento biologico, perché era convinto che con l’aiuto del partito dei Radicali ce l’avrebbe fatta. (…)
Questa è pura verita’. Tutta la verita’. Sono fatti reali che ho tenuto nascosto tutti questi anni nei quali comunque io e i miei familiari, vivendo giorno dopo giorno accanto a Salvatore, abbiamo fatto un percorso interiore e spirituale. Anni in cui abbiamo perso la voce a combattere, insieme a Salvatore, a cercare di dare una speranza a chi invece vuol vivere, vuol sperare e ha diritto a un’assistenza e cure adeguate. E non ci siamo mai fermati nonostante le immense difficoltà e momenti nei quali si perde tutto, anche le speranze.
E non ho mai reso pubbliche queste confidenze, anche perché dopo aver scritto personalmente a Beppino Englaro, a nome di tutta la mia famiglia, per chiedere in ginocchio di non far morire Eluana, di concedere a lei la grazia, fermare questa sua battaglia per la morte, pensavo che si fermasse, pensavo che la sua coscienza gli facesse cambiare idea. Ma invece no. Lui era troppo interessato a quella legge, a quell’epilogo drammatico. La conferma arriva, quando invece di rispondermi Beppino Englaro, rispose il Radicale Marco Cappato, offendendo il Cardinale Barragan, ma in particolare tutta la mia famiglia. Troverete tutto nel sito internet www.salvatorecrisafulli.it
Noi tutti siamo senza parole e crediamo che il caso di Eluana Englaro sia l’inizio di un periodo disastroso per chi come noi, ogni giorno, combatte per la vita, per la speranza.
Per poter smuovere lo stato positivamente in modo che si attivi concretamente per far vivere l’individuo, non per ucciderlo.
Vorrei anche precisare che dopo quegli incontri e totalmente dal Giugno del 2006, fino a oggi, io e Beppino Englaro non ci siamo più sentiti nemmeno per telefono, nonostante ci siamo incontrati varie volte in altri programmi televisivi”
Pietro Crisafulli
Preciso che sono in possesso anche di fotografie che attestano i nostri vari incontri.
Catania, 04 Febbraio 2009
Pubblichiamo il comunicato stampa della Comunità Papa Giovanni sul caso di Eluana Englaro.
E’ in atto una vera e propria persecuzione nei confronti di Eluana Englaro affinché venga al più presto uccisa con la piena responsabilità del nostro Stato Italiano.
E’ altrettanto vergognoso il silenzio di coloro che potrebbero fermare questa minaccia di esecuzione contro la vita e la sua dignità, affermando e decretando un fermo no all’eutanasia come è sancito dalla nostra Costituzione.
La sentenza del Tar mostra ancora una volta come nel nome di Eluana, una giovane donna di 37 anni, che vive nonostante la sua grave disabilità, si voglia imporre la morte a tutti i costi, creando così un precedente spaventoso e dalle conseguenze inimmaginabili per chiunque penserà di avere la libertà di decidere sulla sorte dei malati.
La vicenda di Eluana sembra strumentalizzata in una lotta tra due contrapposte fazioni che vogliono affermare la propria supremazia e potere, l’una sull’altra fino a rinnegare i dettati costituzionali e quelli che procedono da un etica che non è espressione soltanto del mondo cattolico bensì conquista della coscienza di un’intera civiltà.
E’ quindi del tutto scandaloso vedere lo scontro ideologico tra i vari magistrati e quei politici che parlano soltanto ma non agiscono.
Inoltre siamo rattristati dalle solite bassezze di chi non sapendo dare ragione delle proprie posizioni si accanisce contro il pensiero della Chiesa, denigrando, offendendo con affermazioni da mercato per non affrontare il vero dibattito.
La nostra Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII che è presente in Lombardia da 35 anni con le Case Famiglia non resterà a guardare ma attraverso azioni non violente manifesterà il proprio dissenso affinché l’omicidio assistito non venga mai autorizzato ed Eluana continui a vivere.
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
Il Responsabile Generale
Giovanni Paolo Ramonda
Comunicato Stampa del dott.Paolo Ramonda, Responsabile Generale dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
Restiamo costernati e sgomenti per la disponibilità della Governatrice Bresso di voler far uccidere Eluana Englaro nella Regione Piemonte. Un malsano e preoccupante accanimento si espande contro la vita di Eluana e dei tanti disabili gravi come lei, che vengono minacciati ed esposti alla morte proprio da chi, invece, dovrebbe difendere, proteggere e tutelare ogni cittadino specialmente quando diventa soggetto debole e bisognoso di cure.
La grave disabilità di Eluana continua ad essere una componente umanizzante e attiva della nostra società. Eluana non chiede di morire ma di vivere come tutti coloro che nella sua simile condizione continuano ad essere amati e curati. Inaccettabili sono le varie speculazioni a cui assistiamo forse per interessi e scopi che nulla hanno a che fare con la dignità della persona. Coloro che pensano di sfruttare questo dramma per motivi politici, prove di forza o per mettersi al centro dell’attenzione, sappiano che gli italiani non sono insensibili né senza principi e sani valori.
Anche la nostra Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, se Eluana dovesse essere accolta per la morte in questa regione dove la nostra comunità opera da oltre trent’anni con decine di Case Famiglia e Famiglie aperte all’accoglienza di persone considerate in stato vegetativo, grideremo in modo non violento la nostra contrarietà e il diritto alla vita di Eluana, delle creature nelle sue condizioni e delle famiglie che lottano con loro.
Sosteniamo con forza l’indicazione data dal Cardinale Poletto che la sospensione dell’alimentazione e idratazione è vera eutanasia.
Quindi un fermo no alla Bresso a valutare la disponibilità a ospitare Eluana Englaro per farla morire di fame e di sete.
Lo Stato e le Regioni invece di sostenere economicamente gli ospedali per la morte farebbero bene ad aiutare le famiglie che assistono parenti in stato vegetativo o in gravi condizioni.
Riportiamo l’intervista a don Aldo pubblicata il 17 dicembre dal quotidiano “Il Messaggero”.
CITTA’ DEL VATICANO - «Grazie ministro, anche a nome dei 2500 casi Eluana che vivono nelle nostre case-famiglia». Don Aldo Buonaiuto, l’erede di don Benzi alla Comunità Giovanni XXIII, è reduce da una manifestazione davanti a Montecitorio per fermare, dice lui, chi vorrebbe «uccidere Eluana Englaro».
Se l’aspettava quest’intervento?
«Le coscienze dei nostri governanti si stanno svegliando per rifiutare qualcosa che non ha precedenti. La sentenza Englaro equivale alla pena di morte. E’ la condanna di una persona che non ha scelto di morire. Il ministro si è messo dalla parte della vita. Spero sia la prima di una lunga serie di iniziative».
Per cosa avete manifestato?
«Duemila persone, di vari movimenti, hanno voluto accendere tante fiaccole per dare voce a chi non ha voce. Sappiamo che la vita di Eluana è appesa a un filo e noi, come cristiani, non possiamo tacere ciò che ci ha insegnato Cristo, stare dalla parte degli ultimi»
Ma sono tantissimi anni che Eluana giace in uno stato vegetativo, e non ha più possibilità…
«E’ una bugia dire che Eluana non vive. Vergognoso. Non è una morta alla quale si deve pensare come qualcuno da seppellire prossimamente. Le suore che l’accudiscono mi hanno detto che al mattino, alle prime luci dell’alba, apre gli occhi e la sera li chiude. Ha reazioni attive. Non si può parlare di lei come un cadavere. E’ solo in uno stato di disabilità grave».
Perchè avete manifestato?
«Chiediamo un decreto legge che possa sospendere l’esecuzione di una condanna a morte che pesa ormai sulla coscienza di tanti italiani. Molte strutture sanitarie si stanno infatti rifiutando di porre in atto quanto deciso dalla Corte di Cassazione. Vorremmo che anche in Italia si facesse come il Grand Duca di Lussemburso che ha detto no alla legge sull’eutanasia. Serve spessore morale, anche i nostri rappresentanti mostrino forza morale».
Al Presidente della Repubblica Italiana
Giorgio Napolitano
Al Presidente del Senato della Repubblica
On.Renato Schifani
Al Presidente della Camera dei Deputati
On.Gianfranco Fini
Al Presidente del Consiglio
On. Silvio Berlusconi
Ai Ministri della Repubblica
Agli Ill.mi Senatori e Deputati
L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ente internazionale di fedeli di diritto pontificio fondata da don Oreste Benzi che da oltre 40 anni condivide la vita con i più poveri ed emarginati, condividendo direttamente la vita con coloro che hanno perso tutto, attraverso le nostre realtà di case famiglia oggi diffuse nei cinque continenti, in ventisette nazioni,
si rivolge alle Signorie Vostre
con un appello accorato perché il caso sventurato di Eluana Englaro possa nuovamente essere sottoposto all’attenzione dell’intero mondo politico e affrontato risolutivamente.
È la prima volta che i cittadini italiani assistono ad una condanna a morte senza precedenti attraverso la sentenza di una Corte di Cassazione contraria ad ogni etica.
La giovane giace in uno stato di coma permanente ma non irreversibile a detta della scienza medica, assistita dalle cure amorevoli di suore per le quali non è un peso ma una sorella da amare più delle altre.
In nome della sacralità della vita umana mai messa in discussione nella nostra cultura, chiediamo di esprimersi con la massima urgenza con un Decreto Legge che possa sospendere l’esecuzione di una condanna a morte che pesa ormai sulla coscienza di tanti italiani. Molte strutture sanitarie si stanno infatti rifiutando di porre in atto quanto deciso dalla Corte di Cassazione.
Inoltre tale richiesta è in linea con la Convenzione dell’Onu sui disabili che già il Consiglio dei Ministri ha approvato e che all’art.25 lettera F. cita:”gli Stati Parti dovranno prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di cure e servizi sanitari o di cibo e fluidi sulla base della disabilità”
CHIEDIAMO
-al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio quella stessa forza morale che ha sostenuto il Gran Duca di Lussemburgo nel respingere la legge sull’eutanasia.
-al Parlamento si assumi le Sue responsabilità attraverso una mozione parlamentare volta a difendere la vita di Eluana Englaro ed una legge che definisca in modo inconfutabile la difesa della vita umana.
-alle Istituzioni di sostenere le famiglie che scelgono di custodire i propri disabili gravi attraverso contributi economici che promuovano la difesa e la tutela della vita.
Confidiamo vivamente dell’accoglimento del presente appello, inviamo distinti saluti ed auguri per le prossime festività.
Responsabile Generale
Dott. Giovanni Paolo Ramonda
Pubblichiamo l’intervento del Presidente emerito della Corte Costituzionale Piero Alberto Capotosti apparso su “Avvenire” il 22 novembre 2008.
Esiste uno strumento tecnico-giuridico che può ancora impedire la morte di Eluana: « Mi chiedo se, per evitare che fra le strutture sanitarie sul territorio italiano si verifichino disparità geografiche di comportamento » e « in attesa di una legge » , il governo « non sia legittimato ad intervenire con un decreto legge, attraverso il quale dichiarare l’obbligo per tutte le strutture sanitarie, pubbliche e private, di astenersi dal praticare il distacco di sondini per l’alimentazione artificiale » . La domanda se la pone Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte Costituzionale, giudice Costituzionale dal 1996 e presidente della Consulta nel 2005.
Presidente, ma un eventuale decreto di questo genere, fin quando dovrebbe valere?
Fin quando non ci sia una legge che si basi su standard internazionalmente riconosciuti e capaci di definire gli stati irreversibili della vita.
Basterebbe un decreto legge davvero semplice?
Fatto da non più di cinque o sei righe. Indispensabili per la straordinaria necessità e urgenza della situazione. Naturalmente il distacco del sondino per l’alimentazione dovrebb’essere vietato nei soli casi in cui s’immagini che sarebbe la causa diretta del decesso della persona.
E le disparità geografiche di comportamento?
Mi risulta che alcune strutture sanitarie si siano rifiutate di staccare il sondino e che forse altre possano essere invece disponibili.
Si riferisce al rispetto di diritti fondamentali?
Sì. Perché quando si tratta della tutela dei diritti fondamentali della persona malata, e che si trovi in stati come quello di Eluana Englaro, all’incrocio fra la vita e la morte, deve essere fortissima l’influenza della scienza medica ai fini del rispetto del diritto alla vita.
Sarebbe a dire?
La scienza medica deve indicare precisamente quali sono gli stati irreversibili. Al contrario in questa situazione, dove non c’è una valutazione medica praticata da organi interni ed internazionali in maniera certa, diventa di fondamentale importanza che il rispetto di questi diritti fondamentali sia assicurato in tutto il territorio nazionale e in condizioni di eguaglianza, come tra l’altro si può desumere da alcune pronunce della Corte Costituzionale.
Cioè non deve essere possibile, poniamo per ipotesi, che in Friuli ci sia qualcuno disponibile a staccare il sondino e in Lombardia invece no.
Questo mi parrebbe assolutamente irragionevole. L’assistenza sanitaria è materia di competenza dello Stato e delle regioni, quindi tocca allo Stato dettare i principi fondamentali: non distaccare il sondino lo è, perché c’è il valore della vita in ballo.
E se anzichè in una struttura sanitaria si portasse Eluana, o una persona nelle sue condizioni, a morire in un’abitazione privata?
Il cittadino può fare quel che vuole, salvo andare poi incontro alle doverose indagini della magistratura.
A proposito: alcuni magistrati ipotizzano proprio che nel distacco del sondino che garantisce alimentazione e idratazione ci siano gli estremi dell’omidicio: lei che ne pensa?
Qualora dovesse avvenire il distacco del sondino nasogastrico, si potrebbe dire che proprio questo gesto è la causa diretta del decesso della ragazza. Allora ho l’impressione che un magistrato territorialmente competente possa aprire l’indagine.
Ipotizzando un omicidio di consenziente?
Vedo più l’ipotesi di omicidio volontario, essendo dubbia nel caso di specie la manifestazione di un consenso della vittima.
E i pronunciamenti della Cassazione, presidente?
Le sue due sentenze potrebbero forse configurarsi come causa di non punibilità. Ma questo riguarderebbe la valutazioni del magistrato penale, che tuttavia, in linea di principio, certo non può essere bloccato nel suo obbligo di iniziare l’azione penale davanti a un evento che in astratto lascia prefigurare un reato.
Torniamo alle sentenze della Cassazione: sembra che il diritto alla vita sia diventato fatto privato e non riguardi più la collettività.
Lei che ne dice?
Dalle sentenze emerge forse una concezione eccessivamente formalistica del carattere privato o pubblico della questione che la Cassazione doveva risolvere. La valutazione sembrerebbe fatta in riferimento al carattere formalmente privato della questione. Prescindendo da quello che è l’interessamento enorme della pubblica opinione alla vicenda.
Ci sono altri aspetti di quelle sentenze che possono lasciare perplessi?
Al di là dei profili umani drammatici, questa vicenda da un punto di vista giuridico suscita perplessità. Perché la scienza medica non ha definito in maniera precisa e pregnante il carattere irreversibile dello stato vegetativo in cui si trova Eluana Englaro: non c’è una definizione tale che possa far considerare risolta questa questione in un senso o nell’altro.
E quindi?
La ragazza si potrebbe dire, appunto, all’incrocio fra la vita e la morte: una fase in cui però tutti i diritti inviolabili della persona continuano a esistere.
Dunque bisognerebbe aspettare?
Basta il dubbio che non sia una situazione irreversibile per indurre ad aspettare e vedere come la situazione evolve.
Un’ultima cosa, presidente Capotosti: questa presunta volontà di Eluana che le venissero sospese le ‘cure’?
Qui sicuramente non c’è un atto di autodeterminazione. Si ricostruisce la sua presunta volontà di non subire alcuna forma di accanimento teraputico, ammesso e non concesso che il sondino per l’alimentazione sia tale. E una ricostruzione fatta attraverso frasi, brani, conversazioni intervenute circa venti anni fa. In un contesto completamente diverso dall’attuale.
Per l’ex presidente della Consulta l’esecutivo potrebbe essere legittimato a intervenire per impedire differenze fra le Regioni. Un atto che andrebbe reiterato fino a quando non ci sarà una legge sul fine vita.
MANIFESTAZIONE FIACCOLATA PER ELUANA ENGLARO
Roma Martedì 16 dicembre 2008 ore 17.00
Sono passati diversi giorni dalla terribile sentenza di morte della nostra sorella Eluana Englaro. Ma il tempo che è trascorso non ha attutito lo smarrimento delle coscienze bensì ha alimentato riflessioni, convincimenti sulle gravi conseguenze che l’esecuzione della condanna comportano.
Il nostro pensiero va prima di tutto al mondo giovanile continuamente insidiato da una cultura di morte estremamente diffusa, a ciò si aggiunga il fatto che il dramma di Eluana, dibattuto dai media e non sempre affrontato con la dovuta sensibilità, è diventato un argomento che rischia di banalizzare il senso più autentico della vita e della morte.
Il rispetto della sacralità della vita è una conquista della civiltà e del riscatto dell’uomo dalle barbarie e come tale non si coniuga solo con degli assunti religiosi, ma è espressione del rispetto con cui dobbiamo guardare alla libertà del prossimo indipendentemente dalla sua cultura ed etnia.
La morte di Eluana potrebbe diventare una specie di spartiacque tra la cultura di un mondo alimentata e vivificata dai profondi valori e quella del “nuovo” mondo post-industrializzato che vede venir meno orizzonti, prospettive certe, lumi di speranze.
Per sottolineare ancora una volta l’abominio di questa condanna a morte e contro la quale si sono espressi medici, pensatori laici, intellettuali, noi dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che mai abbiamo cessato di pregare per la vita di Eluana, abbiamo scelto di promuovere una manifestazione pubblica con fiaccolata: “LASCIATECI VIVERE! per dare voce a chi non ha voce” che avrà luogo a Roma in piazza Montecitorio martedì 16 dicembre alle ore 17.00, nella viva speranza che le nostre luci possano illuminare le coscienze di coloro che si sono espressi per la morte.
Ci rivolgiamo soprattutto a coloro che hanno il potere istituzionale di revocare (sospendere) questa sentenza, anche nella consapevolezza che le continue conquiste della medicina potrebbero aprire nuove frontiere per la soluzione di queste gravi patologie.
Si auspica una larga partecipazione di tutti gli uomini di buona volontà, fiduciosi che questo nostro appello venga accolto con tanta coralità, determinando così un intervento favorevole alla vita di Eluana.
Responsabile Generale
Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII
Giovanni Paolo Ramonda
Info e adesioni
Le tappe della manifestazione con fiaccolata, saranno:
Ritrovo ore 16.30: Piazza Madonna di Loreto.
Corteo: Piazza Venezia, Via del Corso, Piazza Colonna, Montecitorio.
Aderisci subito all’iniziativa, iscriviti on-line!
Oppure contatta:
Segreteria Generale
Stefano Paradisi
+39 0541 909600
info@apg23.org
Segreteria Organizzativa
Sandra Talacci
+39 348 4766888
giustiziainternazionale@apg23.org
don Aldo Buonaiuto
+39 335 6596512
donaldo@apg23.org
Pubblichiamo il comunicato del Responsabile Generale della Comunità Papa Giovanni XXIII sul caso di Eluana Englaro.
L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII che da molti decenni si batte per la difesa della vita umana, anche quando questa è nella sua fase più debole e precaria, resta profondamente turbata e addolorata dalla decisione della Corte di Cassazione di uccidere Eluana Englaro. Questa condanna a morte tocca la coscienza di tutti in quanto non è espressione della scienza medica ufficiale, ma è un verdetto di una suprema corte giudicante. Il comune senso dell’etica si ribella e si oppone a questo assunto anche perché si creerà un gravissimo precedente che potrebbe portare alla legittimazione dell’eutanasia.
Rivolgiamo il nostro appello al Presidente della Repubblica, responsabile e garante del diritto alla vita di ogni cittadino, affinché possa fermare questo omicidio di Stato in nome di una giustizia insopportabile e disumana. Nessuno può restare in silenzio nell’assistere alla lenta e progressiva morte di una persona a cui verrà sospesa l’alimentazione e l’idratazione lasciandola così morire di fame e di sete.
Il nostro dissenso è anche un appello a tutti coloro che continuano ad abusare dei propri ruoli istituzionali pensando di esercitare diritti che sono invece inalienabili e non negoziabili. Una magistratura che decide quando e come uccidere un essere umano tradisce e rinuncia fortemente alle proprie fondamentali prerogative basate sulla libertà, incolumità e uguaglianza.
E’ vergognoso che la nostra Repubblica italiana possa da oggi essere assimilata a quegli Stati fondamentalisti ed intransigenti dove si decidono lapidazioni e condanne a morte di persone innocenti: Eluana viene condannata a morte, colpevole, a causa di un incidente, di essersi ammalata e colpevole di continuare a vivere attorniata dalle cure dei medici e delle suore con cui si relazionava.
Tutti coloro che sono responsabili di questo sistema di morte e che lo promuovono vengano a visitare le nostre case famiglia dove, da oltre trent’anni condividiamo la vita con tanti figli e fratelli, che vivono nelle stesse condizioni di Eluana e che sono circondati da affetto e da amore.
Dal quotidiano “Corriere Adriatico” di domenica 9 Novembre 2008
In occasione del Congresso internazionale sulla donazione di organi tenutosi a Roma, il Santo Padre ha avuto la possibilità di riaffermare con incisività i valori e principi fondamentali sulla dignità della vita e dell’essere umano in relazione ai progressi scientifici avvenuti soprattutto in campo medico. Il trapianto di organi e di tessuti, in un periodo segnato da diverse forme di egoismo, sono certamente uno stupendo esempio di carità e una grande conquista dell’uomo moderno, rappresentando un forte segno di speranza per migliaia di malati che aspirano ad una nuova vita. Ma anche di fronte a questo fenomeno è importante vigilare perché viviamo in una società talvolta spietata che ha quasi dimenticato il concetto di gratuità e spesso non sa più cosa significhi donarsi agli altri senza un tornaconto, un fine economico e senza ricevere in cambio un piacere edonistico. Perché il dono del trapianto sia realmente tale è necessario che non si trasformi da azione giusta e magnanima ad atto coercitivo e di sfruttamento, da desiderio di guardare oltre la propria vita e i propri interessi personali ad un gesto dominato ancora una volta dalla logica del mercato che rende le persone degli oggetti da acquistare e dei quali approfittare, trarre vantaggio e magari buttare quando non servono più. Benedetto XVI, affermando che ogni logica di compravendita degli organi o il loro traffico è un abominio, ha anche invitato a stare in guardia che gli organi umani da trapiantare possano essere prelevati solamente “ex cadavere” e “se non è mai posto in essere un serio pericolo per la propria salute e la propria identità e sempre per un motivo moralmente valido e proporzionato”. E la scienza, sulla tematica del “fine vita”, deve ulteriormente perfezionare criteri e metodologie accertando inequivocabilmente la morte, in modo che non rimanga “il minimo sospetto di arbitrio”. La vita è sempre un dono prezioso di Dio e come tale va sempre salvaguardata, nei malati terminali come nei bambini fin dall’atto del concepimento. In questo senso l’embrione, che è l’essere umano più indifeso, non può diventare materiale disponibile per le sperimentazioni mediche. La Chiesa a tale proposito ha sempre ribadito che l’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona. La stessa condanna morale riguarda anche il procedimento che sfrutta gli embrioni e i feti umani ancora vivi, sia come “materiale biologico” da utilizzare, sia come fornitori di organi o di tessuti da trapiantare per la cura di alcune malattie. Il prelievo di organi da pazienti senza che vi sia l’assoluta certezza di morte, anche se sembrerebbe un’azione compiuta a vantaggio di altri esseri umani, costituisce un comportamento inaccettabile di fronte al quale come persone civili e come cristiani è giusto sentirsi chiamati a prendere posizione e a non restare indifferenti.
Sono certo che anche oggi don Oreste si esprimerebbe come si pronunciò nei due casi di eutanasia che tanto fecero discutere il mondo, Terry Schiavo e poi Piergiorgio Welby:
“Queste persone svolgono una missione unica che rende più umana l’umanità, che è tante volte terribilmente disumana. Queste persone fanno scoprire le contraddizioni su cui si basa la società. Esse smuovono i sentimenti umani positivi dando e ricevendo tanto affetto”…
e sul caso specifico di Welby: “Interessava troppo ai politici. Avrei voluto dire alla moglie che non era troncando la vita, ma dando spazio alla vita che si poteva superare la sofferenza. Questo sarebbe stato il bello e una svolta nella storia. Ma non è potuto accadere, interessava troppo ai politici”. “Ho mandato un messaggio a Piergiorgio in cui gli ho detto : ‘vedrai quanto è bella la vita. Chiunque soffre dà la possibilità all’uomo di ritrovare se stesso, di non ignorare l’altro, di ricomporre un’unità profonda. Non è la malattia che fa star male ma è l’abbandono che vien fatto della persona malata che lo fa soffrire”.
Anche se il padre stesso della giovane Eluana Englaro insiste nel desiderio che la figlia muoia, ci sono tanti padri e madri, comuni cittadini che stanno esprimendo la propria solidarietà, affetto e vicinanza. Nessuno può diventare arbitro della vita e neanche un genitore né un giudice può decidere di interrompere la vita altrui. Diceva bene don Oreste Benzi proprio in riferimento all’eutanasia e al drammatico caso della giovane Terry Schiavo che “l’idea dell’eutanasia sta penetrando come un veleno nella mentalità della gente. Si arriva a giustificare che quando uno da fastidio a qualcun altro, questi ha il diritto di sbarazzarsene, soprattutto se questo non ha la possibilità di difendersi. E’ il trionfo della società del profitto in cui la persona viene considerata uno strumento di cui servirsi, un’occasione di cui approfittare e quando diventa un ingombro o diventa inutile si può fare fuori”. Come è possibile che un giudice possa emettere una sentenza così disumana facendola passare per un diritto e per un atto di civiltà? Bisognerebbe in tutti i modi insorgere, sempre come diceva don Benzi: ”Insorgiamo nel nome dei nostri bambini anancefalici, dei nostri bimbi ciechi, sordomuti, in possesso solo delle funzioni vegetative, dei nostri malati in stato di coma; creature tutte che abbiamo nelle nostre case famiglia e che curiamo con amore e dedizione per tutta la durata della loro vita. Il diritto alla vita è sacro, perché è dato da Dio a ogni essere umano; è intangibile, indipendentemente dalle condizioni fisiche, psichiche, spirituali in cui la persona si trova”.
Qui non si tratta di accanimento terapeutico, ma si tratta di sostenere i diritti fondamentali di persone che non possono difendersi. Le nostre leggi puniscono coloro che omettono di dare soccorso a chi infortunato. Più infortunato di Eluana chi c’è? Il minimo è gridare contro l’usurpazione dei diritti altrui. Chi tace sull’iniquità ne diventa complice.
“La nostra società è una società vecchia, cioè una società di vecchi capaci solo di spegnere le realtà più belle create da Dio: il matrimonio, la famiglia, la dignità della donna, la libertà dello spirito, l’amore di Dio e del prossimo”. La difesa della vita dal concepimento alla morte naturale era per don Benzi “il primo dei grandi appuntamenti che Cristo sta dando a tutti i cristiani e soprattutto alle comunità e movimenti riconosciuti dalla Chiesa: la lotta per difendere la donna a non abortire, la lotta per garantire un’assistenza dignitosa ai malati terminali, la lotta per il riconoscimento della vera famiglia, la lotta per vincere la droga, l’impegno per accogliere veramente gli immigrati a partire dai fratelli nella fede, l’impegno per accogliere gli zingari a partire dai fratelli nella fede, l’impegno per accogliere i carcerati e per superare le carceri, l’impegno per non essere impiegati della carità ma innamorati di Cristo, l’impegno per essere popolo, la lotta per la liberazione dalla schiavitù della prostituzione”. (don Oreste Benzi)
Recentemente la Corte d’Appello di Milano ha accolto la richiesta di interrompere l’alimentazione ad Eluana Englaro, la ragazza lecchese in coma da 16 anni. Per conoscere meglio il caso di Eluana e riflettere su un tema delicato ed importante come quello dell’eutanasia rileviamo due articoli apparsi sul quotidiano “Avvenire” sabato 12 luglio: l’intervento del cardinale Dionigi Tettamanzi e l’intervista al prof. Giuliano Dolce, esperto nella cura degli stati vegetativi.
«Una speranza per Eluana come per la figlia di Giairo»
Tettamanzi: mai chiudere la porta della vita, il mistero ci sfugge.
DI DIONIGI TETTAMANZI
La vicenda di Eluana Englaro, la giovane in ’stato vegetativo’ da quattordici anni, mi colpisce come credente e cittadino, ma soprattutto mi interpella come Vescovo della terra in cui Eluana abita. In questi giorni sono stati davvero numerosi i sentimenti, le riflessioni e gli interrogativi che sono cresciuti nel mio cuore. Desidero ora confidarne alcuni a quanti il Signore ha affidato alle mie cure pastorali. Vorrei essere discreto, entrando in punta di piedi in una storia umana quanto mai delicata, nella quale il mistero della vita si fa più denso, quasi inaccessibile alla luce della sola ragione, e lancia una sfida formidabile per la libertà di ciascuno di noi.
Rileggendo una pagina del Vangelo
Sfogliando i quotidiani e leggendo i titoli che commentano la sentenza su Eluana, il mio pensiero tende sempre più a staccarsi dalle parole a stampa. Sono parole umane, anche vere, talora indovinate: ma non mi bastano. Cerco allora una parola nuova, originale, unica: la trovo nel vangelo di Marco, quando racconta della figlia di Giairo, un capo della sinagoga, la quale giace gravemente ammalata (cfr. Marco 5,21- 24. 35 43).
Mentre egli sta supplicando Gesù di venire a trovarla e guarirla, dalla sua casa alcuni vengono a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?» . Per i parenti e gli amici, dunque, la giovane appare morta, immobile sul letto, incapace di parlare e di sorridere come era solita fare un tempo. Nella sua abituale sobrietà narrativa, l’evangelista non aggiunge altri particolari. Lascia però intuire l’opinione molto decisa, quasi inappellabile, dei portavoce della famiglia: la condizione in cui versa la figliola è ormai senza speranza. Perché darsi ancora da fare per lei, accudirla, disturbare persino il Maestro?
Ma Gesù non è dello stesso parere: «La bambina non è morta, ma dorme». Un’affermazione contraria all’opinione di molti, un’espressione paradossale, quasi ingenua: aprire una speranza quando la porta della vita sembra essere ormai chiusa per sempre. Il Maestro questa volta si è sbagliato: «Ed essi lo deridevano», ricorda il vangelo.
In realtà gli occhi di Gesù vedono quello che è invisibile agli occhi umani: i segni della vita personale non sono scomparsi, ma solo resi quasi impercettibili ai sensi, così deboli da non apparire più credibili. Infatti la persona umana, nel suo mistero, sfugge al nostro sguardo. Non è forse così anche per chi non può manifestare la propria coscienza ed entrare in relazione con noi attraverso le parole, i sensi, i gesti?
Chissà se la figlia del capo della sinagoga era clinicamente morta oppure giaceva in uno stato comatoso o vegetativo. Il racconto di Marco non ce lo fa sapere e qui il mio pensiero si ferma. Ma un’intuizione mi prende: l’intelligenza della vita e la speranza nella vita non sono separabili.
Per comprendere e abbracciare con lo sguardo della ragione la vita dell’uomo in tutte le sue possibili circostanze occorre aprirsi al pensiero del futuro. La ragione deve osare un’apertura sul domani, non può appiattirsi sul presente, rimanere prigioniera di un’opinione o di un’ostinazione, ma spalancarsi a tutta la realtà della vita, quella visibile e quella che i nostri sensi non riescono a percepire.
Allo stesso tempo la speranza della vita scaturisce dal presentimento della realtà nella sua pienezza, della verità tutta intera, quella che sfugge alla scienza dell’uomo ma è rivelata dallo Spirito di verità (cfr. Giovanni 16,13) nella vita stessa di Gesù di Nazareth. Entro così in un ordine più alto, nella sfera della fede, che mi fa contemplare la vicenda di Gesù nella sua singolarità. Lui solo ha potuto dire alla figlia di Giairo: Thalita kum, fanciulla, io ti dico, alzati! E ridestandola con potenza alla vita terrena ha dato inizio in lei a quella vita divina che si compirà in pienezza nell’ultimo giorno con la risurrezione della carne. Nella luce di questa prospettiva trascendente prende forma un giudizio etico, che nasce dalla fede cristiana ma non è estraneo alla ragione: non possiamo spegnere la vita di nessuna creatura umana senza uccidere, insieme a lei, la speranza che vive in essa, quella di essere fatta per la vita e non per la morte.
Libertà, responsabilità e solidarietà
Sempre con cuore di pastore e nel desiderio di offrire un aiuto alla formazione della coscienza e alla chiarezza dell’azione, vorrei lasciarmi provocare da alcuni interrogativi suscitati dalle diverse prese di posizione emerse in questi giorni e soffermarmi così sulle autentiche esigenze della libertà e responsabilità di quanti, a vario titolo, hanno in custodia una persona gravemente malata, che dipende, per la sua esistenza, dalle loro cure.
Ricordo anzitutto che il luogo proprio delle decisioni che riguardano la cura di un malato è la relazione personale e fiduciale tra il paziente (se è in grado di comunicare con chi lo assiste), i suoi familiari ed il personale medico e infermieristico. E’ davvero importante custodire e proteggere questa relazione, favorendo lo sviluppo di un dialogo clinicamente obiettivo, moralmente onesto e socialmente responsabile. Al centro di questo dialogo deve stare sempre il bene fondamentale della vita di ogni malato, un bene che non dipende dalla qualità delle sue capacità fisiche, psichiche e comunicative, ma che trova la sua radice nel fatto stesso di esistere. In ogni caso, la rinuncia a terapie sproporzionate o a cure futili non può comportare la sospensione della nutrizione e della idratazione, nella misura e fino a quando esse risultino efficaci nel sostenere la fisiologia del corpo. Anche qualora effettuata mediante vie artificiali, la somministrazione di acqua e cibo costituisce un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita.
Dobbiamo poi domandarci: il rispetto della scienza e della coscienza dei medici e delle responsabilità proprie di coloro ai quali è affidata la cura delle persone non autosufficienti non esige una giusta discrezione da parte delle autorità amministrative e giudiziarie? Esse non devono condizionare, con interventi normativi, la libertà ed il compito che ciascuno possiede, secondo le proprie idealità e capacità, di interrogarsi sulle ragioni della cura e della promozione del bene della persona umana sofferente. Una libertà e un compito, questi, che la società è chiamata a promuovere, offrendo opportunità di riflessione, di formazione e di confronto. La Chiesa a pieno titolo, nel rispetto dell’autonomia dello Stato e delle diverse tradizioni e concezioni culturali e religiose, ha qui il dovere di offrire il proprio prezioso e singolare contributo.
Infine, non dovremmo appellarci ad un senso più forte di solidarietà creativa e operosa nei confronti della solitudine e dell’abbandono in cui si trovano tanti nostri fratelli e sorelle, ammalati gravemente e da lungo tempo? Grazie all’intelligente e amorevole cura delle Suore Misercordine e dei loro collaboratori sanitari, Eluana non ha sperimentato fino ad oggi solitudine e abbandono. La loro testimonianza ci è di conforto e di incoraggiamento a fare altrettanto.
Preghiera e discernimento
Sento forte il bisogno della preghiera. Celebrando l’Eucaristia chiedo al Signore che la nostra comunità cristiana possa trovare parole vere e tenere comportamenti giusti, ispirati a un vero e grande amore per la vita di ogni donna e di ogni uomo, in ogni stagione e circostanza.
Avverto la necessità che su questa vicenda umana sensibilissima il clima culturale e sociale sia animato da un profondo rispetto: il rispetto dovuto a tutte le persone coinvolte – e, sia pure in forme e gradi diversi, lo siamo tutti noi – e nello stesso tempo ai valori fondamentali che danno senso e orientamento al nostro nascere, vivere, soffrire e morire. Ma di fronte all’inestimabile realtà della vita umana, che è sempre un bene in sé, il solo rispetto è ben poca cosa se non è segno ed esigenza di amore: un amore che chiede di raggiungere la profondità propria della venerazione per ogni vita umana. E la venerazione non si ferma al riconoscimento del valore trascendente della nostra esistenza, ma esige anche l’umile consapevolezza e il coraggio di assumersi le responsabilità personali e sociali di difesa e promozione del bene della vita umana. Solo a partire da un atteggiamento di autentica venerazione del ‘mistero’ che è in ogni uomo potrà sorgere una riflessione necessaria e adeguata, che sia critica e pacata, illuminata dalla ragione e corroborata dalla fede, una riflessione cioè che non si lasci offuscare dall’emotività né dominare da pregiudizi, e neppure diventi facile preda di strumentalizzazioni o di interessi estranei al vero bene della persona. Come Vescovo esprimo la mia vicinanza umana e cristiana a questa giovane, alla sua famiglia, alle Suore Misericordine che, insieme al personale sanitario della Clinica ‘Talamoni’ di Lecco, l’hanno accolta e curata con professionalità e amore grande.
(tratto dal quotidiano “Avvenire”)
«L’agonia di Eluana sarà lunga e dolorosa»
Il neurologo che ha visitato la giovane: sta bene, per spegnersi impiegherà almeno 15 giorni
DI MILANO PAOLO LAMBRUSCHI
Eluana non morirà in fretta. Ci vorranno almeno due settimane, dal momento della sospensione dell’alimentazione con il sondino, prima che la sua vita si spenga. Il corpo della giovane è infatti in buone condizioni grazie alle cure ricevute in questi 16 anni dalle Suore Misericordine della clinica lecchese «Talamoni». E per lei saranno giorni di sofferenza fisica.
Lo assicura Giuliano Dolce, 80 anni, direttore scientifico della clinica Sant’Anna di Crotone, scienziato di fama internazionale, uno dei luminari italiani nella cura degli stati vegetativi. Il quale precisa: «Non parlo per sentito dire. Ho visitato Eluana lo scorso gennaio, d’accordo con la famiglia e i legali. Ho visto che è stata curata bene e con molto affetto dalle suore. Per questo affermo che, quando le verrà tolto il sondino per l’alimentazione, ci vorranno almeno due settimane prima che arrivi la morte. Il suo sarà un viaggio lungo, come accadde per la povera Terry Schiavo negli Stati Uniti qualche anno fa» .
Una persona in coma soffre se le viene tolta l’alimentazione?
«Si, la sofferenza fisica è scientificamente provata nei pazienti in stato vegetativo. L’incredibile sentenza del tribunale di Milano presenta comunque diversi aspetti contraddittori dal punto di vista medico».
Quali?
«A mio avviso la contraddizione scatta nel punto in cui viene comunque imposta, oltre che un’indispensabile umidificazione frequente delle mucose con l’ovatta bagnata sulle labbra, anche una somministrazione di ’sostanze idonee ad eliminare l’eventuale disagio da carenza di liquidi’. Tradotto, la paziente deve essere idratata per evitarle sofferenza. Quindi non morirà di sete, ma di fame. E voglio vedere dove troverà un posto che la ospiterà per morire. Non è un caso di eutanasia, perché, ad esempio, in Olanda si essa viene praticata su un malato che soffre molto e negli ultimi giorni della sua esistenza e ne fa richiesta. Questo è un omicidio e dal punto di vista deontologico per un medico è inaccettabile».
Il punto è: alimentazione e idratazione sono o no un atto terapeutico?
«No. In Francia e Germania sono un atto dovuto per legge. In Italia la legge la sta facendo il tribunale di Milano e non il Parlamento e contrasta con quanto deciso dalla Commissione nazionale di bioetica. Eluana è come un neonato: se le togli il latte muore perché non è in grado di alimentarsi da sola. Come si può dire che nutrirla è un atto di cura? Clinicamente non è malata, è un paziente guarito con difetto».
Cosa significa?
«La ragazza è in coma per una cerebropatia grave causata da un incidente stradale. Dopo un anno in medicina chi sopravvive è considerato clinicamente guarito. Quindi non viene più curato, ma sottoposto a nursing, cioè alla nutrizione, alla riabilitazione passiva quotidiana e alle cure che prevengono, ad esempio, le piaghe da decubito. Ma è guarito con difetto, nel suo caso gravissimo, perché non ha ripreso coscienza. Quindi va considerata una disabile, probabilmente sulla frontiera estrema della disabilità. La sentenza si basa sulle teorie di chi sostiene che la vita in stato vegetativo sia peggiore della morte. Invece per me, che mi occupo di questi pazienti da molto tempo, è vita vera. Al momento la donna ha una sua vita sociale, è assistita da una suora che le vuole bene e che quando la ragazza se ne andrà probabilmente soffrirà moltissimo. La famiglia e gli amici la vanno a visitare, le fanno sentire affetto, non è sola. Non ci manda segnali, ma chi sa cosa prova in silenzio davanti a questo amore?».
Possono provare emozioni i pazienti nelle sue condizioni?
«Certo. A Crotone, in 12 anni abbiamo verificato le alterazioni provocate dall’ascolto della voce della mamma. In altri casi arrossiscono. Dipende dalle loro condizioni».
Eluana Englaro è in stato vegetativo da 16 anni. C’è un limite temporale oltre il quale non ci si risveglia?
«Non si può dirlo con cognizione scientifica. All’ultimo convegno mondiale sui danni cerebrali di Lisbona, in aprile, è stato citato il caso di un paziente statunitense che si è risvegliato dopo 18 anni. In letteratura ci sono molti esempi di persone risvegliatesi dopo molto tempo. Superati i primi due anni di coma, si può sopravvivere a lungo. È superato il termine di stati vegetativi ‘permanenti’ usato nella sentenza milanese, la definizione corretta è ‘persistenti’. Perciò per la nostra professione l’esecuzione della sentenza è pericolosa, perché potrebbe lasciare a qualcuno, medico o giudice, il potere di stabilire quando finisce la vita, varcando frontiere etiche e di civiltà».
Quanti sono i pazienti in stati vegetativo in Italia?
«Diverse migliaia, impossibile stabilirlo in mancanza di una banca dati. Nel 2005 erano 2500, un terzo bambini. L’incidenza è di 1800 nuovi casi all’anno. La Lombardia ad esempio tre mesi fa ha approvato la creazione di 500 nuovi posti letto in hospice. Oltre ai pazienti in coma per trauma, ci sono quelli il cui cervello è rimasto danneggiato per mancanza di ossigeno, chi ha avuto un ictus, chi un infarto. Gli ultimi anni di vita dei malati di Alzheimer spesso vengono trascorsi in stato vegetativo. Dopo Eluana potrebbero verificarsi molti casi».
Lei fa parte di un’associazione di bioeticisti laici e cattolici, «Vi.ve», vita vegetativa. Cosa farete?
«Prima di tutto faremo appello al procuratore generale della repubblica di Milano perché presenti ricorso contro la sentenza. Poi utilizzeremo tutti gli strumenti giuridici disponibili contro il medico che eseguirà la sentenza».
(tratto dal quotidiano “Avvenire”)