Archivio di Luglio 2008

Articoli sul fenomeno delle sette tratti dal quotidiano Avvenire del 20 e 22 giugno 2008 a firma di Pino Ciociola

Giovedì 24 Luglio 2008

SCHIAVI  DELLE  SETTE
Nell’inferno che coinvolge un milione e mezzo di italiani

VITE IN BILICO
“Mia moglie mi aveva confidato piangendo che le due volte che ha partecipato a questi meeting è tornata a casa con una sensazione di smarrimento, di sdoppiamento della personalità, di ansie  autolesionistiche e crisi gravi di panico. Niente nomi, né luoghi, è condizione necessaria per incontrare donne e uomini sfuggiti dalle sette (sataniche e non soltanto). Quel marito va avanti: “in almeno due casi certi, due persone che frequentavano questa setta si sono suicidate. Altre sono finite in una clinica psichiatrica. Altre ancora sono state ‘maledette’”. Sua moglie la minacciarono: se avesse smesso di frequentare quei “meeting” le avrebbero fatto perdere il lavoro.
Le cifre impressionano: si stima che in Italia raggiungano più o meno il milione e mezzo le persone coinvolte nel giro delle migliaia di sette, microsette, sette sataniche, psicosette, pseudoreligioni, movimenti di “pace e ricerca interiore”, “astrali”, occultismi vari e via allucinando. “Negli ultimi anni – metteva nero su bianco il Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale nel novembre 2006, istituendo la Squadra antisette della Polizia – l’esponenziale diffusione delle sette esoteriche, di “aggregazioni” religiose o pseudo-tali, di gruppi dediti a pratiche di magia, di occultismo e satanismo, ha assunto in tutto il Paese dimensioni e connotazioni da richiamare l’attenzione anche sotto il profilo della sicurezza”, diventando ormai “un fenomeno più diffuso di quanto si possa pensare”.
Le storie di chi è stato ingoiato dalle sette sono impressionanti e vanno spesso al di là dell’immaginazione: raccontano di esseri umani svuotati della loro anima, follie, pratiche obbrobriose (impossibile qui raccontarle), fino a ragazzi suicidatisi o “suicidati” ed a morti strane, inspiegabili. Chi viene strappato alle sette deve essere nascosto: i predoni non mollano mai e per nessun motivo le loro vittime. Così le case famiglia dell’Associazione Papa Giovanni XXIII sono sparse un po’ in tutto il paese, in modo da poter mandare il più lontano possibile chi si riesce a sfilare dagli artigli di guru, santoni e satanisti. E questi ultimi di frequente hanno un loro motto: “Odio l’amore e amo l’odio”.
E’ ancora il Viminale a scriverlo: “Il fenomeno, alimentando una culturali odio e di morte, fa leva sulla fragilità, lo smarrimento interiore e l’ignoranza delle persone, soprattutto fra le giovani generazioni”. Pino (nome di fantasia come l’altro che seguirà) ha 23 anni e non sta bene. Rimane solo, si deprime, si sente inutile, prova rabbia per il mondo intero. Un coetaneo lo avvicina, gli diventa amico, gli dice che “tutto questo non era avvenuto casualmente” e che “lui poteva aiutarmi a farmi scoprire il motivo delle mie disgrazie”, ricorda Pino. Gli fa incontrare “una specie di veggente” che attraverso “i suoi viaggi astrali potrà rivelarmi quei motivi” se “prima però frequento un certo gruppo”. E il leader del gruppo è un “sacerdote di satana”, che “coinvolgeva ragazzine minorenni, punk, dark, satanisti e metallari” un personaggio col cervello andato a male, “senza scrupoli, molto esibizionista, cultore di droghe d’ogni genere”, che vive in una “casa che sembra una stalla” e che durante certi “rituali” ha “un bastone con attaccato in cima un teschio vero”. Gira l’Italia e “visita diversi gruppi”.
Al primo rituale al quale Pino partecipa, “ci sono una trentina di giovani fra ragazzi e ragazze da 14 a 20 anni circa”. E’ una serata a base di allucinogeni e alcool, sesso orgiastico e demenzialità, studio della “bibbia di satana”, cerchi col fuoco in mezzo, simboli satanici come il pentacolo e altre amenità del genere. Il tipo col cervello fuso che comanda questo gruppo “aveva a disposizione una squadra di ragazzi più o meno grandi ai quali commissionava piccoli furti, anche nelle chiese”. Intanto, specie per le iniziazioni, “i luoghi più frequentati erano i cimiteri. Lì aprivamo le tombe, le derubavamo, evocavamo i morti”.
Non solo la scusa del satanismo, naturalmente: ce ne sono un bel po’ di altre a disposizione. Maria ha 23 anni, a 19 s’era innamorata di una specie di guru (che ha superato i 40) il quale gestisce una “palestra trascendentale” e da allora ad oggi le ha sfilato quarantamila euro. Il giochino non è troppo complicato: “Lui si serviva di appartenenti al suo gruppo che conoscevano persone in momenti difficili”, dice Maria. E lei quando l’ha incontrato aveva appena perso il suo papà. Il santone da strapazzo “ci diceva di parlare con la Madonna – ricorda Maria – di essere in contatto coi morti e persino di essere la reincarnazione di Gesù. Si definiva ‘l’eletto’”. Però nei “riti” “tirava fuori un sacchetto che conteneva la ‘polvere astrale’ e ci diceva che aveva poteri miracolosi”: polvere astrale e miracolosa per la quale “ci chiedeva offerte molto onerose”. Maria ha quasi finito il suo racconto, l’ultima cosa le stringe gli occhi di dolore: “Un ragazzo del nostro gruppo si è suicidato in circostanze strane, non abbiamo mai capito come andò”.

«Ti fanno la corte, poi ti tolgono la vita»
“I più difficili furono i primi anni, fu come se fossimo entrati dentro una foresta di sabbie mobili”: don Aldo Buonaiuto guida dalla sua nascita il Servizio antisette occulte dell’Associazione Papa Giovanni XXIII. “Vi faremo a pezzi”. Lo hanno minacciato in ogni modo: “da Tu e Don Benzi bastardi, Satana vi entrerà nel corpo” a “Ti verremo a prendere a pezzi”, da “Sarai distrutto ma con calma, non abbiamo fretta” a “Ti copri dietro quella veste ma tanto ti distruggeremo” e molto, molto altro di irriferibile.
Iniziazione al male. L’iniziativa che volle don Benzi ruppe infatti molte uova in altrettanti panieri: “Non si creda che le sette, tutto sommato, siano folclore e poco altro – spiega don Aldo –. Sono un mondo che promuove l’iniziazione al male: il satanismo, l’esoterismo, l’occultismo, ti mostrano prima una facciata quasi innocua, quasi ‘divertente’, poi, dopo averti catturato ti sprofondano”.
Così dalla sua istituzione il “numero verde” (800.228.866) ha ricevuto quasi 10mila chiamate e il “Servizio antisette occulte” dell’Associazione ha trattato 1.905 casi (spesso accompagnati e seguiti dalle Forze dell’ordine).
Il “love bombing”. Non a caso una delle tecniche preferite per accalappiare esseri umani – specie dalle psicosette – è il “love bombing” (“bombardamento d’amore”), “cioè inizialmente ti colmano tutti di attenzioni, ti vogliono bene, ti fanno sentire importante”, racconta don Aldo (che sull’argomento è anche consulente giudiziario per diversi tribunali italiani), poi “ti espropriano della tua vita”, letteralmente. Per esempio “ti allontanano fisicamente dal tuo ambiente reale, naturale e vitale”, arrivando in molti casi a farti cambiare città, così che nessuno possa strapparti a loro.
Dritti su chi ha problemi. Non esagera don Aldo, né il suo è un modo di dire: “Ti espropriano dalla tua vita”. Quella gente punta dritta e decisa soprattutto su chi è più fragile, “su chi ha problemi di salute o economici o di affettività”, oppure si impossessa di chi ha disturbi psicologici, ed è “specie con questi ultimi che si può fare qualsiasi cosa, visto che poi le loro dichiarazioni spesso non sembrano essere credibili o vengono non considerate tali”.
Soldi e potere. L’obbiettivo? Soldi e potere. Perché rendere un altro un burattino di cui muovi i fili è smisuratamente, diabolicamente, affascinante. Specie se puoi fargli fare tutti i lavori “sporchi”. Perché chi finisce accalappiato da una setta, novanta volte su cento le consegna anche tutti i suoi averi.
Anche l’ipnosi. Le stesse tecniche per attirare nuovi adepti sono diverse e raffinate: quella è gente che sa bene il fatto suo. “Usano quelle di manipolazione mentale, l’ipnosi e tutto quanto è possibile mettere in campo per soggiogare le persone”.
Vere e proprie lobby. E’ una battaglia durissima. Impari, spesso, perché le sette sono diffusissime e soprattutto “hanno fior di professionisti al loro soldo e nelle loro file” – continua don Aldo – “e perché esistono vere e proprie lobby capaci di muoversi ed intervenire anche ad alti livelli”.
Internet. Uno dei veicoli preferiti dal mondo delle sette è diventata – quasi inevitabilmente – la rete. Il web. “Internet viene usato non soltanto per diffondere i loro ‘insegnamenti’ e le loro idee, ma anche per darsi appuntamenti”, continua il responsabile del Servizio antisette occulte. Con un gran bel problema, infine: “Da quando in Italia non c’è più il reato di plagio è diventato assai più difficile di prima perseguire certe organizzazioni…”.

Quell’idea fulminante di Benzi
L’idea a don Oreste Benzi venne in macchina. Era passata l’ora di pranzo ed era in viaggio verso Roma con don Aldo Buonaiuto per partecipare ad una puntata di Porta a Porta. Parlavano dell’emergenza sette e don Oreste all’improvviso sbotto: “Dobbiamo fare qualcosa! Bisogna cominciare a combatterle”.
Pensò qualche instante e a don Aldo disse “Facciamo un numero verde antisette! E approfittiamo di stasera per presentarlo. Ne sarai tu il responsabile”. Don Aldo gli spiegò che ne sarebbe stato contento, ma è impossibile ottenere un “numero verde” nel giro di qualche ora… Don Oreste prese il telefonino e chiamò un suo caro amico dirigente di un noto gestore telefonico. “Ciao, possiamo avere un numero verde?”, gli chiese. “Certo, don Benzi. Una quindicina di giorni e l’avrai”. Il sacerdote fece finta di cadere dalle nuvole: “Nooo! Ci serve subito, adesso, dai, ti prego”. Quel dirigente quasi…svenne. Ma siccome era impossibile riuscire a rifiutare qualcosa a Benzi, poche ore dopo ebbe un “numero verde” (attivato immediatamente nei primi giorni trasferendolo sul cellulare del fondatore dell’Associazione Papa Giovanni XXIII): 800.228.866.
Come aveva detto don Oreste lo presentò quella sera a Porta a Porta. E la prima chiamata arrivò a mezzanotte e dieci, poco dopo la fine della puntata. “Vi distruggeremo – disse un uomo – . Ora siete preti da macello. Vi toglieremo l’onore, la dignità, la forza, la vita”. Figuratevi se potevano fermarli le minacce: quel giorno dell’ottobre 2002 nacque il “Servizio antisette occulte”, “in lotta contro questo dilagante fenomeno, che crea vittime e nuove forme di schiavitù nella nostra società”. Il numero verde riceve mediamente 10 telefonate al giorno (l’80% riguarda le persone disperate alla ricerca dei figli o di giovani e adulti adescati e perseguitati dal mondo dell’occulto e delle sette). Ultima annotazione: il Servizio antisette occulte dell’Associazione collabora dal novembre 2006 con la Squadra antisette della Polizia.

Tre gruppi che fanno paura
Le sette nel nostro Paese possono sostanzialmente dividersi in almeno tre grandi tipologie: il “satanismo acido giovanile”, “il satanismo degli adulti” e le cosiddette “psicosette”, come spiega il “Servizio antisette occulte” dell’Associazione Papa Giovanni XXIII guidato da don Aldo Buonaiuto. Il primo s’incontra più di frequente nelle cronache: è caratterizzato da comportamenti estremi sessualmente e deliquenzialmente, ma da rituali conditi con sangue, droghe (specie Lsd e allucinogeni) e sesso orgiastico.
Il “satanismo degli adulti” è invece decisamente più organizzato sul piano “dottrinale” e ideologico, meno evidente come comportamenti, lotta contro qualsiasi morale, etica e valore, viene gestito da persone patologicamente attratte dal potere e in alto socialmente tanto da creare vere e proprie lobby e in ambienti insospettabili.
Le “psicosette” infine sono quelle che riescono a raccogliere il maggior numero di adepti (nel ordine delle centinaia di migliaia di persone). Adoperano metodi – all’inizio e apparentemente – assai raffinati e pescano soprattutto nei ceti medio alti. Assai subdole organizzano spesso “corsi” costosissimi e “meeting” a base di un tale isolamento che per la loro intera durata (spesso giorni) ai partecipanti vengono requisiti portafogli e cellulare. Alla fine ci sono le “prove” che consistono nel camminare su carboni ardenti o piegare tombini di ferro. Inutile dire che le “quote” (in euro) per affiliarsi a queste psicosette hanno cifre a tre zeri.
Quattro righe le meritano però anche le “sette apocalittiche”, che in Italia sono poco sviluppate ma in Giappone e negli Usa un bel po’: in genere microgruppi guidati da personaggi che impostano tutto sulla vicina fine del mondo o di una collettività o di una persona cara. Con profitti da capogiro.

convert this post to pdf.

ELUANA VUOLE VIVERE …. Difendiamo la sua vita!

Venerdì 18 Luglio 2008

Sono certo che anche oggi don Oreste si esprimerebbe come si pronunciò nei due casi di eutanasia che tanto fecero discutere il mondo, Terry Schiavo e poi Piergiorgio Welby:
“Queste persone svolgono una missione unica che rende più umana l’umanità, che è tante volte terribilmente disumana. Queste persone fanno scoprire le contraddizioni su cui si basa la società. Esse smuovono i sentimenti umani positivi dando e ricevendo tanto affetto”…
e sul caso specifico di Welby: “Interessava troppo ai politici. Avrei voluto dire alla moglie che non era troncando la vita, ma dando spazio alla vita che si poteva superare la sofferenza. Questo sarebbe stato il bello e una svolta nella storia. Ma non è potuto accadere, interessava troppo ai politici”. “Ho mandato un messaggio a Piergiorgio in cui gli ho detto : ‘vedrai quanto è bella la vita. Chiunque soffre dà la possibilità all’uomo di ritrovare se stesso, di non ignorare l’altro, di ricomporre un’unità profonda. Non è la malattia che fa star male ma è l’abbandono che vien fatto della persona malata che lo fa soffrire”.
Anche se il padre stesso della giovane Eluana Englaro insiste nel desiderio che la figlia muoia, ci sono tanti padri e madri, comuni cittadini che stanno esprimendo la propria solidarietà, affetto e vicinanza. Nessuno può diventare arbitro della vita e neanche un genitore né un giudice può decidere di interrompere la vita altrui. Diceva bene don Oreste Benzi proprio in riferimento all’eutanasia e al drammatico caso della giovane Terry Schiavo che “l’idea dell’eutanasia sta penetrando come un veleno nella mentalità della gente. Si arriva a giustificare che quando uno da fastidio a qualcun altro, questi ha il diritto di sbarazzarsene, soprattutto se questo non ha la possibilità di difendersi. E’ il trionfo della società del profitto in cui la persona viene considerata uno strumento di cui servirsi, un’occasione di cui approfittare e quando diventa un ingombro o diventa inutile si può fare fuori”. Come è possibile che un giudice possa emettere una sentenza così disumana facendola passare per un diritto e per un atto di civiltà? Bisognerebbe in tutti i modi insorgere, sempre come diceva don Benzi: ”Insorgiamo nel nome dei nostri bambini anancefalici, dei nostri bimbi ciechi, sordomuti, in possesso solo delle funzioni vegetative, dei nostri malati in stato di coma; creature tutte che abbiamo nelle nostre case famiglia e che curiamo con amore e dedizione per tutta la durata della loro vita. Il diritto alla vita è sacro, perché è dato da Dio a ogni essere umano; è intangibile, indipendentemente dalle condizioni fisiche, psichiche, spirituali in cui la persona si trova”.
Qui non si tratta di accanimento terapeutico, ma si tratta di sostenere i diritti fondamentali di persone che non possono difendersi. Le nostre leggi puniscono coloro che omettono di dare soccorso a chi infortunato. Più infortunato di Eluana chi c’è? Il minimo è gridare contro l’usurpazione dei diritti altrui. Chi tace sull’iniquità ne diventa complice.
“La nostra società è una società vecchia, cioè una società di vecchi capaci solo di spegnere le realtà più belle create da Dio: il matrimonio, la famiglia, la dignità della donna, la libertà dello spirito, l’amore di Dio e del prossimo”. La difesa della vita dal concepimento alla morte naturale era per don Benzi “il primo dei grandi appuntamenti che Cristo sta dando a tutti i cristiani e soprattutto alle comunità e movimenti riconosciuti dalla Chiesa: la lotta per difendere la donna a non abortire, la lotta per garantire un’assistenza dignitosa ai malati terminali, la lotta per il riconoscimento della vera famiglia, la lotta per vincere la droga, l’impegno per accogliere veramente gli immigrati a partire dai fratelli nella fede, l’impegno per accogliere gli zingari a partire dai fratelli nella fede, l’impegno per accogliere i carcerati e per superare le carceri, l’impegno per non essere impiegati della carità ma innamorati di Cristo, l’impegno per essere popolo, la lotta per la liberazione dalla schiavitù della prostituzione”. (don Oreste Benzi)

convert this post to pdf.

Eluana

Lunedì 14 Luglio 2008

Recentemente la Corte d’Appello di Milano ha accolto la richiesta di interrompere l’alimentazione ad Eluana Englaro, la ragazza lecchese in coma da 16 anni. Per conoscere meglio il caso di Eluana e riflettere su un tema delicato ed importante come quello dell’eutanasia rileviamo due articoli apparsi sul quotidiano “Avvenire” sabato 12 luglio: l’intervento del cardinale Dionigi Tettamanzi e l’intervista al prof. Giuliano Dolce, esperto nella cura degli stati vegetativi.

«Una speranza per Eluana come per la figlia di Giairo»
Tettamanzi: mai chiudere la porta della vita, il mistero ci sfugge
.

DI DIONIGI TETTAMANZI

La vicenda di Eluana Englaro, la giovane in ’stato vegetativo’ da quattordici anni, mi colpisce come credente e cittadino, ma soprattutto mi interpella come Vescovo della terra in cui Eluana abita. In questi giorni sono stati davvero numerosi i sentimenti, le riflessioni e gli interrogativi che sono cresciuti nel mio cuore. Desidero ora confidarne alcuni a quanti il Signore ha affidato alle mie cure pastorali. Vorrei essere discreto, entrando in punta di piedi in una storia umana quanto mai delicata, nella quale il mistero della vita si fa più denso, quasi inaccessibile alla luce della sola ragione, e lancia una sfida formidabile per la libertà di ciascuno di noi.
Rileggendo una pagina del Vangelo
Sfogliando i quotidiani e leggendo i titoli che commentano la sentenza su Eluana, il mio pensiero tende sempre più a staccarsi dalle parole a stampa. Sono parole umane, anche vere, talora indovinate: ma non mi bastano. Cerco allora una parola nuova, originale, unica: la trovo nel vangelo di Marco, quando racconta della figlia di Giairo, un capo della sinagoga, la quale giace gravemente ammalata (cfr. Marco 5,21- 24. 35 43).
Mentre egli sta supplicando Gesù di venire a trovarla e guarirla, dalla sua casa alcuni vengono a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?» . Per i parenti e gli amici, dunque, la giovane appare morta, immobile sul letto, incapace di parlare e di sorridere come era solita fare un tempo. Nella sua abituale sobrietà narrativa, l’evangelista non aggiunge altri particolari. Lascia però intuire l’opinione molto decisa, quasi inappellabile, dei portavoce della famiglia: la condizione in cui versa la figliola è ormai senza speranza. Perché darsi ancora da fare per lei, accudirla, disturbare persino il Maestro?
Ma Gesù non è dello stesso parere: «La bambina non è morta, ma dorme». Un’affermazione contraria all’opinione di molti, un’espressione paradossale, quasi ingenua: aprire una speranza quando la porta della vita sembra essere ormai chiusa per sempre. Il Maestro questa volta si è sbagliato: «Ed essi lo deridevano», ricorda il vangelo.
In realtà gli occhi di Gesù vedono quello che è invisibile agli occhi umani: i segni della vita personale non sono scomparsi, ma solo resi quasi impercettibili ai sensi, così deboli da non apparire più credibili. Infatti la persona umana, nel suo mistero, sfugge al nostro sguardo. Non è forse così anche per chi non può manifestare la propria coscienza ed entrare in relazione con noi attraverso le parole, i sensi, i gesti?
Chissà se la figlia del capo della sinagoga era clinicamente morta oppure giaceva in uno stato comatoso o vegetativo. Il racconto di Marco non ce lo fa sapere e qui il mio pensiero si ferma. Ma un’intuizione mi prende:  l’intelligenza della vita e la speranza nella vita non sono separabili.
Per comprendere e abbracciare con lo sguardo della ragione la vita dell’uomo in tutte le sue possibili circostanze occorre aprirsi al pensiero del futuro. La ragione deve osare un’apertura sul domani, non può appiattirsi sul presente, rimanere prigioniera di un’opinione o di un’ostinazione, ma spalancarsi a tutta la realtà della vita, quella visibile e quella che i nostri sensi non riescono a percepire.
Allo stesso tempo la speranza della vita scaturisce dal presentimento della realtà nella sua pienezza, della verità tutta intera, quella che sfugge alla scienza dell’uomo ma è rivelata dallo Spirito di verità (cfr. Giovanni 16,13) nella vita stessa di Gesù di Nazareth. Entro così in un ordine più alto, nella sfera della fede, che mi fa contemplare la vicenda di Gesù nella sua singolarità. Lui solo ha potuto dire alla figlia di Giairo: Thalita kum, fanciulla, io ti dico, alzati! E ridestandola con potenza alla vita terrena ha dato inizio in lei a quella vita divina che si compirà in pienezza nell’ultimo giorno con la risurrezione della carne. Nella luce di questa prospettiva trascendente prende forma un giudizio etico, che nasce dalla fede cristiana ma non è estraneo alla ragione: non possiamo spegnere la vita di nessuna creatura umana senza uccidere, insieme a lei, la speranza che vive in essa, quella di essere fatta per la vita e non per la morte.
Libertà, responsabilità e solidarietà
Sempre con cuore di pastore e nel desiderio di offrire un aiuto alla formazione della coscienza e alla chiarezza dell’azione, vorrei lasciarmi provocare da alcuni interrogativi suscitati dalle diverse prese di posizione emerse in questi giorni e soffermarmi così sulle autentiche esigenze della libertà e responsabilità di quanti, a vario titolo, hanno in custodia una persona gravemente malata, che dipende, per la sua esistenza, dalle loro cure.
Ricordo anzitutto che il luogo proprio delle decisioni che riguardano la cura di un malato è la relazione personale e fiduciale tra il paziente (se è in grado di comunicare con chi lo assiste), i suoi familiari ed il personale medico e infermieristico. E’ davvero importante custodire e proteggere questa relazione, favorendo lo sviluppo di un dialogo clinicamente obiettivo, moralmente onesto e socialmente responsabile. Al centro di questo dialogo deve stare sempre il bene fondamentale della vita di ogni malato, un bene che non dipende dalla qualità delle sue capacità fisiche, psichiche e comunicative, ma che trova la sua radice nel fatto stesso di esistere. In ogni caso, la rinuncia a terapie sproporzionate o a cure futili non può comportare la sospensione della nutrizione e della idratazione, nella misura e fino a quando esse risultino efficaci nel sostenere la fisiologia del corpo. Anche qualora effettuata mediante vie artificiali, la somministrazione di acqua e cibo costituisce un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita.
Dobbiamo poi domandarci: il rispetto della scienza e della coscienza dei medici e delle responsabilità proprie di coloro ai quali è affidata la cura delle persone non autosufficienti non esige una giusta discrezione da parte delle autorità amministrative e giudiziarie? Esse non devono condizionare, con interventi normativi, la libertà ed il compito che ciascuno possiede, secondo le proprie idealità e capacità, di interrogarsi sulle ragioni della cura e della promozione del bene della persona umana sofferente. Una libertà e un compito, questi, che la società è chiamata a promuovere, offrendo opportunità di riflessione, di formazione e di confronto. La Chiesa a pieno titolo, nel rispetto dell’autonomia dello Stato e delle diverse tradizioni e concezioni culturali e religiose, ha qui il dovere di offrire il proprio prezioso e singolare contributo.
Infine, non dovremmo appellarci ad un senso più forte di solidarietà creativa e operosa nei confronti della solitudine e dell’abbandono in cui si trovano tanti nostri fratelli e sorelle, ammalati gravemente e da lungo tempo? Grazie all’intelligente e amorevole cura delle Suore Misercordine e dei loro collaboratori sanitari, Eluana non ha sperimentato fino ad oggi solitudine e abbandono. La loro testimonianza ci è di conforto e di incoraggiamento a fare altrettanto.
Preghiera e discernimento
Sento forte il bisogno della preghiera. Celebrando l’Eucaristia chiedo al Signore che la nostra comunità cristiana possa trovare parole vere e tenere comportamenti giusti, ispirati a un vero e grande amore per la vita di ogni donna e di ogni uomo, in ogni stagione e circostanza.
Avverto la necessità che su questa vicenda umana sensibilissima il clima culturale e sociale sia animato da un profondo rispetto: il rispetto dovuto a tutte le persone coinvolte – e, sia pure in forme e gradi diversi, lo siamo tutti noi – e nello stesso tempo ai valori fondamentali che danno senso e orientamento al nostro nascere, vivere, soffrire e morire. Ma di fronte all’inestimabile realtà della vita umana, che è sempre un bene in sé, il solo rispetto è ben poca cosa se non è segno ed esigenza di amore: un amore che chiede di raggiungere la profondità propria della venerazione per ogni vita umana. E la venerazione non si ferma al riconoscimento del valore trascendente della nostra esistenza, ma esige anche l’umile consapevolezza e il coraggio di assumersi le responsabilità personali e sociali di difesa e promozione del bene della vita umana. Solo a partire da un atteggiamento di autentica venerazione del ‘mistero’ che è in ogni uomo potrà sorgere una riflessione necessaria e adeguata, che sia critica e pacata, illuminata dalla ragione e corroborata dalla fede, una riflessione cioè che non si lasci offuscare dall’emotività né dominare da pregiudizi, e neppure diventi facile preda di strumentalizzazioni o di interessi estranei al vero bene della persona. Come Vescovo esprimo la mia vicinanza umana e cristiana a questa giovane, alla sua famiglia, alle Suore Misericordine che, insieme al personale sanitario della Clinica ‘Talamoni’ di Lecco, l’hanno accolta e curata con professionalità e amore grande.

(tratto dal quotidiano “Avvenire”)


«L’agonia di Eluana sarà lunga e dolorosa»
Il neurologo che ha visitato la giovane: sta bene, per spegnersi impiegherà almeno 15 giorni


DI MILANO PAOLO LAMBRUSCHI

Eluana non morirà in fretta. Ci vorranno almeno due settimane, dal momento della sospensione dell’alimentazione con il sondino, prima che la sua vita si spenga. Il corpo della giovane è infatti in buone condizioni grazie alle cure ricevute in questi 16 anni dalle Suore Misericordine della clinica lecchese «Talamoni». E per lei saranno giorni di sofferenza fisica.
Lo assicura Giuliano Dolce, 80 anni, direttore scientifico della clinica Sant’Anna di Crotone, scienziato di fama internazionale, uno dei luminari italiani nella cura degli stati vegetativi. Il quale precisa: «Non parlo per sentito dire. Ho visitato Eluana lo scorso gennaio, d’accordo con la famiglia e i legali. Ho visto che è stata curata bene e con molto affetto dalle suore. Per questo affermo che, quando le verrà tolto il sondino per l’alimentazione, ci vorranno almeno due settimane prima che arrivi la morte. Il suo sarà un viaggio lungo, come accadde per la povera Terry Schiavo negli Stati Uniti qualche anno fa» .
Una persona in coma soffre se le viene tolta l’alimentazione?
«Si, la sofferenza fisica è scientificamente provata nei pazienti in stato vegetativo. L’incredibile sentenza del tribunale di Milano presenta comunque diversi aspetti contraddittori dal punto di vista medico».
Quali?
«A mio avviso la contraddizione scatta nel punto in cui viene comunque imposta, oltre che un’indispensabile umidificazione frequente delle mucose con l’ovatta bagnata sulle labbra, anche una somministrazione di ’sostanze idonee ad eliminare l’eventuale disagio da carenza di liquidi’. Tradotto, la paziente deve essere idratata per evitarle sofferenza. Quindi non morirà di sete, ma di fame. E voglio vedere dove troverà un posto che la ospiterà per morire. Non è un caso di eutanasia, perché, ad esempio, in Olanda si essa viene praticata su un malato che soffre molto e negli ultimi giorni della sua esistenza e ne fa richiesta. Questo è un omicidio e dal punto di vista deontologico per un medico è inaccettabile».
Il punto è: alimentazione e idratazione sono o no un atto terapeutico?
«No. In Francia e Germania sono un atto dovuto per legge. In Italia la legge la sta facendo il tribunale di Milano e non il Parlamento e contrasta con quanto deciso dalla Commissione nazionale di bioetica. Eluana è come un neonato: se le togli il latte muore perché non è in grado di alimentarsi da sola. Come si può dire che nutrirla è un atto di cura? Clinicamente non è malata, è un paziente guarito con difetto».
Cosa significa?
«La ragazza è in coma per una cerebropatia grave causata da un incidente stradale. Dopo un anno in medicina chi sopravvive è considerato clinicamente guarito. Quindi non viene più curato, ma sottoposto a nursing, cioè alla nutrizione, alla riabilitazione passiva quotidiana e alle cure che prevengono, ad esempio, le piaghe da decubito. Ma è guarito con difetto, nel suo caso gravissimo, perché non ha ripreso coscienza. Quindi va considerata una disabile, probabilmente sulla frontiera estrema della disabilità. La sentenza si basa sulle teorie di chi sostiene che la vita in stato vegetativo sia peggiore della morte. Invece per me, che mi occupo di questi pazienti da molto tempo, è vita vera. Al momento la donna ha una sua vita sociale, è assistita da una suora che le vuole bene e che quando la ragazza se ne andrà probabilmente soffrirà moltissimo. La famiglia e gli amici la vanno a visitare, le fanno sentire affetto, non è sola. Non ci manda segnali, ma chi sa cosa prova in silenzio davanti a questo amore?».
Possono provare emozioni i pazienti nelle sue condizioni?
«Certo. A Crotone, in 12 anni abbiamo verificato le alterazioni provocate dall’ascolto della voce della mamma. In altri casi arrossiscono. Dipende dalle loro condizioni».
Eluana Englaro è in stato vegetativo da 16 anni. C’è un limite temporale oltre il quale non ci si risveglia?
«Non si può dirlo con cognizione scientifica. All’ultimo convegno mondiale sui danni cerebrali di Lisbona, in aprile, è stato citato il caso di un paziente statunitense che si è risvegliato dopo 18 anni. In letteratura ci sono molti esempi di persone risvegliatesi dopo molto tempo. Superati i primi due anni di coma, si può sopravvivere a lungo. È superato il termine di stati vegetativi ‘permanenti’ usato nella sentenza milanese, la definizione corretta è ‘persistenti’. Perciò per la nostra professione l’esecuzione della sentenza è pericolosa, perché potrebbe lasciare a qualcuno, medico o giudice, il potere di stabilire quando finisce la vita, varcando frontiere etiche e di civiltà».
Quanti sono i pazienti in stati vegetativo in Italia?
«Diverse migliaia, impossibile stabilirlo in mancanza di una banca dati. Nel 2005 erano 2500, un terzo bambini. L’incidenza è di 1800 nuovi casi all’anno. La Lombardia ad esempio tre mesi fa ha approvato la creazione di 500 nuovi posti letto in hospice. Oltre ai pazienti in coma per trauma, ci sono quelli il cui cervello è rimasto danneggiato per mancanza di ossigeno, chi ha avuto un ictus, chi un infarto. Gli ultimi anni di vita dei malati di Alzheimer spesso vengono trascorsi in stato vegetativo. Dopo Eluana potrebbero verificarsi molti casi».
Lei fa parte di un’associazione di bioeticisti laici e cattolici, «Vi.ve», vita vegetativa. Cosa farete?
«Prima di tutto faremo appello al procuratore generale della repubblica di Milano perché presenti ricorso contro la sentenza. Poi utilizzeremo tutti gli strumenti giuridici disponibili contro il medico che eseguirà la sentenza».

(tratto dal quotidiano “Avvenire”)

convert this post to pdf.

Articoli a cura di don Aldo Buonaiuto pubblicati sul periodico “Sempre” dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi

Sabato 12 Luglio 2008

Anche nel clandestino c’è il volto di Dio

Il flusso immigratorio in continuo incremento che si è riversato soprattutto nel nostro Paese ci ha colti di sorpresa: non eravamo né socialmente, né culturalmente pronti per affrontare le problematiche connesse con l’integrazione, né la classe politica ha saputo per tempo e con lungimiranza gestire prevedibili processi.
L’Europa ci guarda già da più parti come uno Stato “razzista”. C’è da dire che, in pieno terzo millennio, siamo tornati al pregiudizio e all’intolleranza, dimenticando o sottovalutando, ad esempio, che gli stranieri hanno in gran parte risolto il problema degli anziani troppo soli in una società che invecchia sempre più ed hanno dato braccia a lavori ormai troppo pesanti.
Occorrono norme che disciplinino l’immigrazione in modo da tutelare sia chi accoglie sia chi viene accolto, in modo che l’immigrazione esca dalla clandestinità. Perché se è clandestina, lo è anche perché non è tutelata da una specifica disciplina ordinamentale, che ormai si impone anche in materia di politiche del lavoro: nessuno vuole più dare lavoro a chi è clandestino, ma per legalizzare la clandestinità occorre un lavoro. Le procedure che consentono la regolarizzazione del soggiorno degli immigrati sono ancora intrise di un eccesso di burocrazia, i tempi di attesa sono eccessivi, l’escamotage dei “flussi” non è riuscito a soddisfare le istanze di quanti avevano già trovato un datore di lavoro.
Le problematiche connesse alla materia non sono risolvibili con un decreto di espulsione dei clandestini: vanno studiate da tutte le angolazioni, analizzate e valutate su più piani. Vanno soprattutto coniugate con il rispetto per i diritti civili e la democrazia, non soltanto raccordate con il comune senso della solidarietà. Dietro il debole, il povero, lo sconfitto, la prostituta schiavizzata c’è il cittadino di un mondo più grande che dovrebbe essere senza barriere e categorie, mondo dove la speranza c’è per tutti e per tutti c’è la possibilità di godimento di diritti finalmente eseguibili. E’ patrimonio della nostra cultura cattolica il rispetto dell’altro, chiunque esso sia e da qualsiasi altra parte del mondo esso provenga. Inoltre noi cristiani non possiamo dimenticare le parole di Gesù: «Ero forestiero e mi avete ospitato». Nel clandestino c’è, per noi credenti, il volto di Dio che ci interpella e ci richiama alla giustizia e all’amore. I clandestini che sono portatori di violenze vanno sicuramente consegnati alla legge e puniti attraverso pene certe ed efficaci, mentre gli altri vanno compresi, soccorsi, aiutati e integrati.

(don Aldo Buonaiuto)

convert this post to pdf.

continua…

Sabato 12 Luglio 2008

ANCONA: A COLLOQUIO CON IL QUESTORE CHE HA SCONFITTO LA PROSTITUZIONE

“I miei AGENTI si fingono CLIENTI”
Un’azione compiuta in piena sinergia tra la questura di Ancona e la Comunità Papa Giovanni XXIII sta dando un duro colpo al racket della prostituzione e apre uno spiraglio di libertà per le tante ragazze.

Ciclicamente torna alla ribalta il tema della prostituzione banalizzando e riducendo la discussione all’abolizione della Legge Merlin o la realizzazione di “quartieri a luci rosse”. C’è qualcuno però che non ci sta e sa che dietro a quelle donne costrette a prostituirsi prolifera la criminalità.
Da quando è arrivato alla Questura di Ancona, il dott. Giorgio Iacobone ha avviato una attività capillare nel territorio tesa a contrastare la criminatità legata al racket della prostituzione. 58 anni, napoletano, una laurea a Roma in Giurisprudenza dal 19 giugno 2006 è Questore di Ancona.
Da subito si è accorto della gravità del fenomeno. «Nel Novembre del 2006, percorrendo la Statale Adriatica verso le 8 di sera, nei 25-30 km che vanno da Falconara a Senigallia – racconta – notavo la presenza di circa 150 prostitute per la maggior parte rumene e bulgare. Nei mesi precedenti ero stato subissato da esposti di cittadini che segnalavano il fenomeno».
Preso atto di questo problema cosa avete fatto?

«Abbiamo pensato di adottare una strategia particolare e a tale scopo abbiamo contattato la Comunità Papa Giovanni XXIII. Mentre per me l’intervento sulla prostituzione era essenzialmente diretto al contrasto verso la criminalità organizzata e ad evitare questo sconcio per le nostre strade, per don Benzi l’intento era quello di salvare e liberare le donne vittime dello sfruttamento. C’è stata così una coincidenza di interessi».
In che modo si è sviluppato il vostro intervento?

«Abbiamo fatto in modo che ogni notte alcuni agenti della Squadra Mobile di Ancona si fingessero clienti delle prostitute. La ragazza saliva nell’auto dell’agente pensando fosse un cliente. Poco dopo l’auto veniva fermata da una volante e la prostituta veniva portata in Questura. Questo stratagemma aveva lo scopo di mostrare alle loro compagne e agli sfruttatori che la ragazza veniva prelevata dalla Polizia e non dalle Associazioni di volontariato. In Questura le donne invece incontravano gli operatori della Comunità Papa Giovanni assieme a ragazze della loro stessa nazionalità già in programma di protezione sociale con le quali instauravano un dialogo. Tale mediazione era fondamentale per convincere queste povere vittime a trovare il coraggio di lasciare la strada, di liberarsi dai protettori e anche di esporre denuncia».
Quante ragazze hanno accettato l’offerta di uscire dal racket?

«Sono state liberate moltissime ragazze dimostrando, come diceva sempre don Benzi, che nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che ce la fa diventare. Noi le abbiamo messe nelle condizioni di liberarsi da questa terribile condizione».
L’attuale panorama della prostituzione nella provincia di Ancona?

«Non è stato molto difficile annullare il fenomeno, specie della prostituzione femminile; attualmente si segnala la presenza di alcuni transessuali nella zona di Falconara. La maggior repressione che attuiamo ora è quella contro i clienti, attraverso il loro controllo ed identificazione, convinti che colpendo la domanda si possa eliminare l’offerta».
Qual è la ricetta per mantenere questo grande risultato?

«La ricetta è solo la perseveranza. E in questo devo ringraziare il personale di Polizia che tutte le notti e quotidianamente in mezzo alla strada, svolge questa attività così impegnativa, proprio negli orari dove ognuno di noi preferirebbe restare con la famiglia».
Secondo lei è possibile abbattere il fenomeno della prostituzione su strada in Italia?
«Sì, è possibile».

convert this post to pdf.


don aldo buonaiuto buonaiuti bonaiuto bonaiuti
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII |  Blog di Don Aldo Bonaiuto |  Don Oreste Benzi
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII |  Blog di Don Aldo Bonaiuti |  Don Oreste Benzi
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII |  Blog di Don Aldo Buonaiuti |  Don Oreste Benzi
Aborto, e ora la moratoria |  Aborto, e ora la moratoria |  Aborto, e ora la moratoria