Don Oreste: celebrazioni ad un anno dalla morte
Giovedì 20 Novembre 2008Santa Messa in memoria di don Oreste celebrata nella Basilica di Loreto: servizio del TG5.
Santa Messa in memoria di don Oreste celebrata nella Basilica di Loreto: servizio del TG5.
Pubblichiamo il comunicato del Responsabile Generale della Comunità Papa Giovanni XXIII sul caso di Eluana Englaro.
L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII che da molti decenni si batte per la difesa della vita umana, anche quando questa è nella sua fase più debole e precaria, resta profondamente turbata e addolorata dalla decisione della Corte di Cassazione di uccidere Eluana Englaro. Questa condanna a morte tocca la coscienza di tutti in quanto non è espressione della scienza medica ufficiale, ma è un verdetto di una suprema corte giudicante. Il comune senso dell’etica si ribella e si oppone a questo assunto anche perché si creerà un gravissimo precedente che potrebbe portare alla legittimazione dell’eutanasia.
Rivolgiamo il nostro appello al Presidente della Repubblica, responsabile e garante del diritto alla vita di ogni cittadino, affinché possa fermare questo omicidio di Stato in nome di una giustizia insopportabile e disumana. Nessuno può restare in silenzio nell’assistere alla lenta e progressiva morte di una persona a cui verrà sospesa l’alimentazione e l’idratazione lasciandola così morire di fame e di sete.
Il nostro dissenso è anche un appello a tutti coloro che continuano ad abusare dei propri ruoli istituzionali pensando di esercitare diritti che sono invece inalienabili e non negoziabili. Una magistratura che decide quando e come uccidere un essere umano tradisce e rinuncia fortemente alle proprie fondamentali prerogative basate sulla libertà, incolumità e uguaglianza.
E’ vergognoso che la nostra Repubblica italiana possa da oggi essere assimilata a quegli Stati fondamentalisti ed intransigenti dove si decidono lapidazioni e condanne a morte di persone innocenti: Eluana viene condannata a morte, colpevole, a causa di un incidente, di essersi ammalata e colpevole di continuare a vivere attorniata dalle cure dei medici e delle suore con cui si relazionava.
Tutti coloro che sono responsabili di questo sistema di morte e che lo promuovono vengano a visitare le nostre case famiglia dove, da oltre trent’anni condividiamo la vita con tanti figli e fratelli, che vivono nelle stesse condizioni di Eluana e che sono circondati da affetto e da amore.
Dal quotidiano “Corriere Adriatico” di domenica 9 Novembre 2008
In occasione del Congresso internazionale sulla donazione di organi tenutosi a Roma, il Santo Padre ha avuto la possibilità di riaffermare con incisività i valori e principi fondamentali sulla dignità della vita e dell’essere umano in relazione ai progressi scientifici avvenuti soprattutto in campo medico. Il trapianto di organi e di tessuti, in un periodo segnato da diverse forme di egoismo, sono certamente uno stupendo esempio di carità e una grande conquista dell’uomo moderno, rappresentando un forte segno di speranza per migliaia di malati che aspirano ad una nuova vita. Ma anche di fronte a questo fenomeno è importante vigilare perché viviamo in una società talvolta spietata che ha quasi dimenticato il concetto di gratuità e spesso non sa più cosa significhi donarsi agli altri senza un tornaconto, un fine economico e senza ricevere in cambio un piacere edonistico. Perché il dono del trapianto sia realmente tale è necessario che non si trasformi da azione giusta e magnanima ad atto coercitivo e di sfruttamento, da desiderio di guardare oltre la propria vita e i propri interessi personali ad un gesto dominato ancora una volta dalla logica del mercato che rende le persone degli oggetti da acquistare e dei quali approfittare, trarre vantaggio e magari buttare quando non servono più. Benedetto XVI, affermando che ogni logica di compravendita degli organi o il loro traffico è un abominio, ha anche invitato a stare in guardia che gli organi umani da trapiantare possano essere prelevati solamente “ex cadavere” e “se non è mai posto in essere un serio pericolo per la propria salute e la propria identità e sempre per un motivo moralmente valido e proporzionato”. E la scienza, sulla tematica del “fine vita”, deve ulteriormente perfezionare criteri e metodologie accertando inequivocabilmente la morte, in modo che non rimanga “il minimo sospetto di arbitrio”. La vita è sempre un dono prezioso di Dio e come tale va sempre salvaguardata, nei malati terminali come nei bambini fin dall’atto del concepimento. In questo senso l’embrione, che è l’essere umano più indifeso, non può diventare materiale disponibile per le sperimentazioni mediche. La Chiesa a tale proposito ha sempre ribadito che l’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona. La stessa condanna morale riguarda anche il procedimento che sfrutta gli embrioni e i feti umani ancora vivi, sia come “materiale biologico” da utilizzare, sia come fornitori di organi o di tessuti da trapiantare per la cura di alcune malattie. Il prelievo di organi da pazienti senza che vi sia l’assoluta certezza di morte, anche se sembrerebbe un’azione compiuta a vantaggio di altri esseri umani, costituisce un comportamento inaccettabile di fronte al quale come persone civili e come cristiani è giusto sentirsi chiamati a prendere posizione e a non restare indifferenti.
Tratto dalla Rubrica “Si salvi chi può” del quotidiano il Corriere Adriatico
OGGI, insieme alla commemorazione dei defunti, ricorre anche il primo anniversario della morte di don Oreste Benzi. Per chi l’ha accompagnato per oltre dodici anni è impossibile non citarlo e ricordarlo. Ho avuto questa fortuna e il grande dono di stare accanto ad un uomo speciale, toccato dalla Grazia di Dio, un santo. Ascoltare don Oreste era come sentir parlare un profeta, il Vangelo vivente, incarnato nella storia. Don Benzi nasce a Sant’Andrea in Casale, un piccolo comune vicino Riccione il 7 settembre del 1925 alle 2 di notte, nella stessa ora in cui saluterà questo mondo. Proveniente da una famiglia povera, è il settimo di nove figli. Oreste si distingue per la sua grande generosità e spirito di sacrificio per aiutare i genitori in casa e nella coltivazione del campo.
Da bambino, durante la scuola elementare, rimane affascinato e sedotto dalla presentazione in classe della maestra che parla di tre grandi figure umane: lo scienziato, il pioniere ed il sacerdote. Nel tornare a casa dice alla mamma di aver scelto la propria strada: Ma’, me am faz pret! (Mamma, voglio farmi prete!)”. Da quel giorno non cambierà più idea e all’età di undici anni entra in seminario. Diventa a ventiquattro anni il sacerdote che si strapazza per le anime, amando senza misura, donandosi completamente agli altri, diviene padre spirituale dei seminaristi, cappellano dei marinai, promotore di tanti campi scuola fino ad intraprendere quella che sarà una vera e propria rivoluzione: la fondazione della comunità Papa Giovanni XXIII. Quando ancora non poteva immaginare il disegno di Dio, attorno al prete riminese si forma un nucleo di persone appassionate di Cristo che inizieranno a compiere azioni forti a favore degli ultimi con lo slogan dove siamo noi, lì anche loro; non noi per loro, ma noi con loro. Don Benzi diventa così un trascinatore, specialmente verso i giovani che incominceranno a seguirlo proprio come i discepoli con Gesù. Nascono le prime case famiglia nell’intuizione di vivere la condivisione diretta con gli ultimi accogliendoli nelle proprie case, dando una famiglia a chi l’aveva perduta. Si forma un nuovo popolo chiamato ad annunciare quella che lui definirà “la società del gratuito” e cioè una Chiesa, una famiglia, una società che sente il senso di appartenenza e per questo sceglie di mettere la propria vita con quella degli ultimi, cercando anche di rimuovere le cause che provocano le ingiustizie sociali. In questi ultimi trent’anni l’Associazione si espanderà nei cinque continenti, in 27 nazioni, accogliendo e sfamando ogni giorno oltre 50 mila poveri. Don Oreste diventerà il prete della strada che non teme la cattiveria dei malvagi gridando ogni giorno quelle verità scomode spesso taciute. Il suo sorriso, la sua passione per Cristo e il suo grande amore per gli ultimi continua a riflettersi sulle tante persone che oggi dedicano la propria esistenza a questa missione, seguendo le orme di don Oreste…le orme di Dio, attraverso la vocazione della Comunità da lui fondata.