Articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire del 5 Febbraio 2009.
Sono arrivati da tutta Italia gli ospiti delle case di don Benzi. Volontari ma anche ex tossici ed ex senza tetto. E poi tanti disabili accolti e accuditi con amore. Tutti insieme hanno recitato il rosario e invocato pietà per la donna lecchese che la famiglia vorrebbe accompagnare alla morte.
Arrivano a metà pomeriggio come promesso e sono una ventata fresca di vita. Sono in tanti, qualche centinaio, e vengono da tutta Italia, puntuali come avevano detto. Hanno striscioni ma non manifestano, hanno megafoni ma non gridano, sulle spalle storie tremende ma l’aria è di festa. Sono lì per Eluana: sono i ragazzi di don Oreste Benzi, quelli che lui accoglieva senza chiedere nulla e chiamava indifferentemente «fratellini». Assistono e sono assistiti, vengono dalle 250 comunità e case famiglia dell’Associazione «Papa Giovanni XXIII » sparse da Nord a Sud. Quando arrivano scuotono il mondo dalle fondamenta, forti della loro speranza, e ci riescono anche qui, sotto le finestre della «Quiete», a due passi dal letto al piano terra in cui riposa Eluana. Ci sono proprio tutti, come nel novembre di due anni fa quando i «fratellini» si erano riuniti a Rimini per l’ultimo saluto a don Oreste: volontari, disabili, zingari, ex prostitute, ex drogati, ex senza tetto, ex emarginati, ex disperati, persone che sulla loro pelle dimostrano come ogni vita sia degna di essere vissuta. «E oggi siamo qui per Eluana. Coloro che possono agire lo facciano subito - si appella al megafono Paolo Ramonda, padre dei suoi tre figli e degli altri nove accolti insieme alla moglie nella loro casa famiglia in Piemonte. Colui che dalla morte di don Benzi guida l’Associazione - . Nessuno tocchi Eluana, bisogna dire con chiarezza come ha detto il Papa che l’eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza. La vera risposta infatti non può essere dare la morte, per quanto dolce, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano». Fuori dalla casa di riposo udinese gli appelli si alternano alle preghiere, si recita il Rosario, la gente si ferma stupita, a volte resta e si unisce al pellegrinaggio. La strada è stretta, il traffico rallentato, ma questa volta l’ampio dispiegamento di forze dell’ordine che controlla l’ingresso della «Quiete» non reagisce, anzi, polizia e carabinieri presenziano a modo loro, con nuova solennità. Si aprono gli striscioni, molti si rivolgono a Beppino, colui che per legge ha «il permesso » di far morire Eluana, ma che niente e nessuno obbliga a mettere in pratica un gesto irrimediabile: «Sei ancora in tempo, fermati», gli chiedono. «Caro papà, nel mio lungo silenzio ti dico che sono figlia di Dio», si legge su un manifesto con la foto di Eluana, « Fiaccolata per dare voce a chi non ha voce », spiega un altro striscione tenuto da sette ragazzi, e il pensiero non può non andare proprio a lei, la giovane donna distesa su un letto a pochi passi da lì, la persona più inerme e senza voce. Nella sua stanza i suoni arrivano di certo, nella sua mente, misteriosa a neurologi e scienziati, chissà se almeno un’eco giunge ad accarezzare una pur sopita coscienza. Ma non è nemmeno questo ora che conta. Conta, come dice don Aldo Buonaiuto della «Papa Giovanni XXIII », che «chi può agire lo faccia subito». Ad ascoltarlo e annuire con lui c’è una folla variopinta e sorridente, così inusuale da lasciare interdetti anche i cronisti più svezzati. «Sono Gigi, vengo da una casa famiglia di Crema si alternano alle preghiere le testimonianze - da cinque anni abbiamo accolto Susi, in stato vegetativo come Eluana. Lei è la presenza viva di Gesù in casa nostra, è il senso della nostra vocazione, la cosa più difficile è che lei ci chiede tutto il nostro tempo ma ci ricompensa soltanto con il suo silenzio. Ma è la prova che è possibile vivere con questi ragazzi - dice nel megafono, e non parla di teorie, racconta i suoi stessi giorni - è possibile portarli ancora al mare, fare con loro le cose più normali. Beppino, loro rispondono col silenzio ma sono vivi ed è stupido pensare che debbano restituirci qualcosa…
Per me e mia moglie è Susi il senso più profondo del nostro matrimonio».
Debora viene da Verona e in braccio ha un’altra Susi, 5 anni, di colore, avvolta in una coperta per affrontare il freddo di Udine. L’ha presa in un istituto due anni fa, dov’era stata lasciata a causa di una tetraparesi spastica con grave danno cerebrale. Uno stato che si riassume così: «Ci sente e basta». Altro in lei non funziona. Ma nella casa famiglia di Debora ha trovato quindici fratelli e una vita d’amore concreto.
«Signor Beppino, lei si chiama come me. E anche a me avevano detto che mia figlia sarebbe per sempre rimasta in stato vegetativo, a lei 17 anni fa, a me 29»: i toni di Giuseppe sono accorati e sinceri, ammutoliscono tutti, i carabinieri e i poliziotti ascoltano pensosi, la cera di centinaia di candele sta ormai lasciando sul marciapiede macchie che si rapprendono al freddo e chissà per quanto lasceranno il loro segno tangibile sotto quella finestra. «All’inizio sono stato sbandato anch’io - dice Giuseppe - ma la supplico, provi a inginocchiarsi, provi a pregare, provi a capire chi ha vicino: non una persona morta ma tanto amore… Certo però, per capirlo bisogna starle accanto ora per ora, lei non so per quale scelta l’ha affidata sempre ad altri, ma ora si fermi, provi ad ascoltarla e vedrà che c’è solo da imparare da questi ragazzi… Io credevo di fare da padre a mio figlio, invece è stato lui che ha fatto da padre a me». Ma Beppino purtroppo è lontano, è tornato a Lecco ieri mattina, peccato che non senta: parole del genere non ti lasciano indifferente.
Parole o immagini, come quella di Morena e del bimbo di 10 mesi che ha in braccio. E’ piccolissimo, si chiama Luca. Difficile districarsi tra figli «veri» e figli accolti: quando parli con la gente di don Benzi è una distinzione che non esiste più, e così succede anche con Morena. Il più grandino dei suoi, Emanuele, 6 anni, corre avanti e indietro su quella che sembra una coloratissima bicicletta, in realtà è una delle più piccole sedie a rotelle, ma lui si diverte, «ha una grave patologia genetica delle ossa», spiega Morena, che proprio a Udine con suo marito ha la casa famiglia in cui accoglie tre piccoli e un anziano. Poi scosta un po’ la calda coperta e mostra con fierezza Luca, accolto 8 mesi fa, nato prematuro, subito abbandonato. «E’ venuto anche lui a dire la sua», sorridono madre e padre. Il musetto si stira in uno sbadiglio e solo allora scopri che dal minuscolo nasino esce un piccolissimo tubicino trasparente: «Sì, ha il sondino, si nutre come Eluana perché non si sono formati tutti gli organi».
All’improvviso un’altra voce scuote le coscienze: «Vi imploro non ammazzate mia figlia Eluana». E’ Luca Russo, papà in una casa famiglia ad Assisi. «Io e Laura abbiamo accolto un figlio cerebroleso, alimentato col sondino, cieco e sordo. Se passo le mie notti in bianco ad aspirare il suo catarro, a misurare la saturazione o a correre in ospedale per le sue crisi non lo faccio solo per il bimbo raccolto dall’abbandono, ma anche per Eluana. Anche Eluana è mia figlia, sebbene abbia la mia stessa età…».
Per lei e per Beppino i ragazzi di don Benzi da oggi iniziano un digiuno di preghiera in tutto il mondo: «Siamo 60mila - dice Paolo Ramonda - difficile non farci ascoltare lassù». Poi prende il telefono a prova a farsi ascoltare anche da Beppino, nella sua casa di Lecco, «vorrei tanto incontrarla…». Beppino ascolta, viene a sapere di quei nove figli accolti tra i suoi, due dei quali «come Eluana ». Si stupisce, accetta il dialogo, ma non subito, «appena me la sento».
Intanto da oggi per tutti i giorni la preghiera continua davanti alla finestra di Eluana.
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